Il
fondo "Rolando Vigevani" all'ISSR di Parma: come si ricostruisce la
storia - 3
Il fascicolo contiene documenti anagrafici, corrispondenza, soprattutto con
Aristide [Dino] Foà
(1), del periodo
in cui Vigevani era rifugiato in Svizzera (1943-45), il diario tenuto dall'8
settembre 1943 al 2 giugno 1945, articoli di giornale, documenti della pratica
per il riconoscimento di "Giusto" a Pellegrino Riccardi ed il diploma
d'onore di Riccardi stesso. Gli estremi cronologici sono: 1939 – 1989.
Molto interessante è il confronto tra due documenti, (docc. 1, 2) che
danno una prima diretta dimostrazione del significato delle leggi razziali del
1938: nel primo, rilasciato il 25 gennaio 1939 dal municipio di Genova, si certifica
la buona condotta di Giuseppe Amar, suocero di Rolando, e il documento si può
definire "normale", nel secondo, datato 28 febbraio 1939, e rilasciato
dallo stesso ufficio per uguali motivi, è stampigliata la scritta: "appartiene
alla razza ebraica".
E' sempre importante poter rendersi conto
de visu della realtà
di questi eventi, della attuazione di queste leggi per tanto tempo considerate
di poco conto, scarsamente applicate, che tanto, invece, pesarono sul destino
degli ebrei italiani.
Il documento principale, e che da solo potrebbe costituire un fondo, è
il diario che Vigevani comincia a stendere l'8 settembre 1943 e che termina
dopo la Liberazione. L'autore traccia la storia di due anni della vita sua e
dei suoi familiari, prende nota delle persone che incontra in Svizzera, di quelle
rimaste in Italia con cui cerca di rimanere in contatto. Scrive poche righe
al giorno, selezionando alcuni fatti, non indulge al sentimentalismo, non si
abbandona alla disperazione nonostante il carico pesantissimo delle preoccupazioni,
soprattutto fino al momento in cui si ricongiunge con il figlioletto rimasto
in Italia.
Il diario si apre con una riflessione lucidissima e premonitrice:
"1943.
Settembre 8 – Alla radio apprendo la notizia dell'armistizio; l'avvenimento
non mi entusiasma specialmente in relazione alla mia "razza". Penso
alla quantità di truppe tedesche entrate in Italia dal 25 luglio in poi
e mi sovvengo di tutte quelle che sono in Provincia di Parma e quelle che ho
recentemente viste in Liguria e a Bolzano [?]."
Quest'analisi, scritta nell'immediatezza della circostanza, ci dice che non
era comune a tutti gli ebrei la speranza che il peggio fosse finito: c'era chi
non voleva vedere il pericolo, chi non lo vedeva tanto tragico ed imminente,
ma c'era anche chi, come Rolando Vigevani, sentiva l'approssimarsi di gravi
rischi e da subito cerca di porvi rimedio.
Già il 9 settembre rimpiange di non essersi allontanato subito dopo il
25 luglio come aveva pensato di fare e, comunque, dispone affinché al
più presto comincino i preparativi per la partenza. Non passerà
più dalla casa di Parma, temendo la curiosità della portinaia
da tempo sospettata di essere una spia.
Il 13 settembre avviene la visita temuta e prevista: entrano i tedeschi a perquisire
la casa di campagna a Martorano e, quando se ne vanno, impongono a Rolando di
non allontanarsi. E Vigevani scrive sul diario:
"Decido
fuga immediata"; dà disposizioni per l'allontanamento del
figlio, decide per la moglie e la cognata e, lasciata la casa di campagna in
mano al personale di fiducia, fugge anch'egli.
Si susseguono giorni di ansia e di continui cambi di indirizzo; nel frattempo
viene a sapere che più volte sono tornati i tedeschi con i cani a cercarlo
e che questo è successo anche a Parma, di notte. Amici fedeli nascondono
e aiutano lui e i familiari; il piccolo è presso i Riccardi, resterà
con loro per quattro lunghi mesi, intanto continuano senza sosta i tentativi
di procurarsi documenti falsi per arrivare al confine con la Svizzera, e a questo
provvede, usando del suo potere e sempre a rischio della vita, Riccardi, mentre
il professor Candian consegna lettere per un professore, degli impiegati e l'autista
dell'università di Milano.
Il 30 settembre finalmente Rolando, la moglie Enrica e la cognata Luciana partono
per Milano ed il 3 ottobre avviene il passaggio in Svizzera tramite un passatore
che verrà pagato L. 4700.
Tutte queste esperienze difficili, pericolose, molto rischiose sono raccontate
senza emozione, senza commenti: importante è fermare sulla carta gli
eventi, scrivere per lasciare una traccia. Il resto, e cioè l'ansia,
il timore per la moglie incinta costretta ad un difficile cammino, il dolore
per essere costretti a lasciare il figlio di un anno, senza la certezza di rivederlo,
almeno a breve termine, l'angoscia che i fidati amici che lo tengono in custodia
possano essere scoperti e traditi, l'incertezza del buon esito del viaggio,
tutto questo Rolando non lo esprime nel suo diario che è fin dall'inizio
un resoconto…
Il 13 febbraio, Vigevani può finalmente scrivere:
"…
stringo finalmente Tullino… dopo quattro mesi e mezzo", e
il 14 nasce il secondo figlio, Franco.
Nel documento vengono annotate le principali festività ebraiche osservate
nell'esilio, gli scarsi rapporti epistolari con Pellegrino Riccardi, le rare
notizie sull'Italia e su Parma, tra cui quella che annuncia che la casa di campagna
è stata saccheggiata, gli incontri con altri ebrei di Parma riusciti
ad entrare in Svizzera, notizie di familiari.
Il 30 maggio 1945 i Vigevani sono ancora in Svizzera, a Lugano e il 2 giugno
il diario si chiude con la notizia:
"Terzo anniversario
della sempre dolorosa scomparsa del mio Papà amatissimo: funzione al
Tempio".
Tra i documenti vi è un articolo della "Gazzetta ticinese"
del 14 marzo 1944 che narra, in modo romanzato e fiabesco, l'arrivo in Svizzera
del piccolo Tullo [doc. 25].
Vi sono due lettere di Fausto Levi, datate 8 e 13 novembre 1943; nella prima,
[doc. 7] il giovane profugo dà informazioni sugli ebrei di Parma e sul
saccheggio della casa Vigevani di Martorano (PR), nella seconda [doc. 8], spiega
la posizione del padre, rinchiuso, per una delazione, nel carcere S. Francesco
di Parma
(2), e comunica l'arresto del
generale Armando Bachi e del figlio Roberto
(3).
Il giovane si mostra felice di essere fuori pericolo, ma nell'atteggiamento
e nel tono manca la consapevolezza della tragicità del momento, l'età
gli dà, anzi, un tono di braveria e spavalderia che non saranno mai più
presenti in futuro nel suo carattere. A lui toccò la terribile esperienza
di andare a Mauthausen per fare indagini, per cercare invano notizie certe sulla
morte del padre
(4).
Il doc. 10 consiste in una lettera, datata 25 dicembre 1943, di difficile lettura
e dalla firma quasi illeggibile, ma molto interessante per le notizie che l'autore
dà di sé e degli ebrei di Parma. Evidente fin dalle prime righe
è il dolore, l'abbattimento, il senso di solitudine e di impotenza che
emana dallo scrivente, che dovrebbe essere il rabbino di Parma Enrico Della
Pergola
(5), il quale dichiara di essere
partito da Parma il 9 [dicembre] e
"dopo un viaggio
disastroso, accompagnato dai miei […] cognati sono giunto qui solo, perché
i Camerini sono stati respinti inesorabilmente. Si può immaginare il
dolore e la scossa da me provati, tanto più che ho dovuto abbandonare
la moglie e i miei figli prima di decidermi al viaggio (6).
Ancora oggi non sono rientrato del tutto in me: sia lo strapazzo, sia le emozioni
profonde, sia il dolore del distacco mi hanno quasi abbrutito."
Il Della Pergola aggiunge poi di essere venuto a sapere dell'arresto di Renzo
Levi, della fuga nei monti di Bassani, del nascondiglio della sua famiglia vicino
a Tizzano, sull'appennino parmense,
"ma sono
sempre in ansia per la loro sorte. Il pensiero di loro non mi abbandona e sono
sempre in triste stato d'animo" Il rabbino evidentemente ignora
che dall'11 novembre 1943 la moglie con tre sorelle, la madre e i due figli
sono stati arrestati dai fascisti. Il tono della lettera si mantiene tristissimo
anche quando parla di altre persone libere e quando chiede a Vigevani, che sa
generoso, alcune piccole cose, ma tanto importanti per lui come ago, filo e
"una macchinetta per tosare la barba".
Il doc. 9, una lettera dell'avvocato Giacomo Ottolenghi e della moglie Lia,
racconta il nascondiglio e la fuga in Svizzera riuscita, ma dà anche
preziosissime informazioni sul buono stato del piccolo Tullo e apprezzamenti
sulla generosità di Pellegrino, di Candian e degli amici.
Numerose lettere sono di Aristide [Dino] Foà che, scrive il 14 gennaio
1944,
"Caro Rolando, sono arrivato anch'io qui,
dopo quattro mesi di latitanza in Italia. Ormai mi ero convinto di non poter
più fare nulla di utile là e, d'altra parte, il pericolo diventava
sempre più grave per me e per gli amici che mi ospitavano."
Anch'egli parla di Pellegrino e della sua disponibilità; in una lettera
del 24 aprile 1944, dichiara:
"Del tuo piccolo
non so nulla (anzi non sapevo neanche che egli fosse rimasto); so però
che Pellegrino è perfettamente tranquillo e non ha avuto noie di sorta,
tanto che ha potuto fare qualcosa anche per me…Ma soprattutto devi reagire
allo sconforto, il tuo bambino è benissimo affidato, non c'è nessuna
ragione di pensare che gli succeda qualche cosa di male…"
[docc. 11-24, 26, 28-30].
Il doc. 33 consiste nella relazione di Enrica Vigevani sull'aiuto ricevuto dalla
sua famiglia da Pellegrino Riccardi. La lettera, del 19 gennaio 1987, è
indirizzata all'addetto culturale dell'ambasciata di Israele.
Il 15 gennaio 1989, viene comunicato alla vedova Vigevani, dal dottor Mordecai
Paldiel – Director Dept. For the Righteous, che è stato riconosciuto
a Pellegrino Riccardi il riconoscimento del titolo "Giusto fra le nazioni",
[doc. 34].
L'ultimo documento, il 37, è il diploma d'onore conferito a Pellegrino
Riccardi 16 marzo 1989.
Carla Cavazzi
1) Aristide Foà, chiamato Dino, nacque a Parma nel
1905, si laureò in legge ed esercitò la professione presso lo
studio dell"avvocato Candian, che lo ebbe sempre come discepolo prediletto
ed amico. Ebreo e da sempre antifascista, subì anche il carcere. Membro
del Partito d"azione, nel luglio 1943 divenne rappresentante del movimento
"Italia libera", fu membro del Cln di Parma. Quando si accorse che
niente più avrebbe potuto fare di utile si rifugiò in Svizzera.
Tenne fitta corrispondenza con molti fuoriusciti, fra cui Ernesto Rossi, Egidio
Reale, Diego Valeri; tenne corsi universitari nei campi profughi. Dopo la Liberazione
fu nominato viceprefetto a Parma. Si dimise dal Partito d"azione nel 1946
e si iscrisse al Partito repubblicano. Fu anche presidente della Comunità
ebraica di Parma. morì nel 1994.
Di lui l"Istituto possiede un fondo relativo alla sua attività in
Svizzera, ai suoi rapporti epistolari con molti fuoriusciti, alla sua attività
politica in Italia come esponente del Partito d"Azione e del Partito repubblicano.
2) Mosè Renzo Levi nacque a Soragna (PR) il 3 febbraio
1887, fu arrestato a Soragna il 27 settembre 1943 da italiani. Detenuto a Parma,
poi nei campi di Scipione (PR) e di Fossoli (MO) da dove, il 5 aprile 1944 fu
deportato ad Auschwitz poi a Mauthausen, dove morì il 20 marzo 1945.
Dei due figli, Fausto ritornò a Parma con la madre e Bruno si trasferì
in un kibbutz in Israele dove tuttora vive.
3) Per Armando e Roberto Bachi vedi notizie del "fondo
Bachi"
4) Questa notizia mi fu data dalla madre, Elena Levi Foà,
nei lunghi colloqui che ebbe con me negli anni settanta.
5) Lo si arguisce da un controllo sul diario di Vigevani
nei giorni subito successivi alla lettera in questione
6) All"inizio molti ebrei avevano pensato che ad essere
in pericolo fossero gli uomini, e così accadde che questi furono fatti
espatriare per primi e appena possibile. I cognati Camerini riuscirono poi a
porsi in salvo, mentre la moglie Emilia, con i due bambini Donato (1932) e Cesare
(1935), e una sorella, Ulda Camerini, vennero trasferiti dopo vari passaggi
ad Auschwitz dove trovarono la morte.