

Le
radici di una menzogna. La storia di Jedwabne.
Jedwabne è un villaggio della Polonia nordorientale recentemente salito
agli onori della cronaca per una vicenda assai poco onorevole. La proviamo a
riassumere poiché, nella sua singolarità, è indice di un
fenomeno ben più diffuso, quello della corresponsabilità nello
sterminio razziale, durante la seconda guerra mondiale, di quanti tedeschi non
erano, subendone anzi l'occupazione ma condividendone gesti e misfatti.
A Jedwabne, che era anche uno shtetl con duecento anni di storia alle spalle,
infatti, il 10 luglio 1941 si consumò la mattanza della popolazione ebraica.
Il sessanta per cento dei residenti di un centro abitato composto da circa duemilacinquecento
anime fu sottoposto a quel "trattamento speciale" che gli scherani
di Hitler predicavano e diffondevano in tutta l'Europa. A ricordo e monito di
quanto avvenne è rimasta fino all'inizio di quest'anno una stele funeraria
che recitava: "questo è un luogo ove venne massacrata la popolazione
ebraica. La Gestapo e la polizia tedesca assassinarono milleseicento persone".
Un tangibile segno della memoria, insomma, eretto da quanti sopravvissero a
quei terribili momenti, rimanendone indelebilmente colpiti in quanto testimoni
impotenti e dolenti.
Peccato che molto di tutto ciò, ad una verifica dei fatti, si sia rivelato
un falso. Sì, perchè i morti ci furono, di ebrei si trattò
e nella misura indicata. Ma i tedeschi, almeno per quella volta, c'entravano
poco o nulla. In una originale inversione dei ruoli essi furono testimoni (alcuni
affermano non essere stati più di una decina, a presidio passivo dell'abitato),
più o meno compiaciuti, di quanto i carnefici - tutti polacchi - andavano
facendo, con una ferocia degna di un girone dantesco, ai concittadini di origine
ebraica. In poche ore, a fare dalla tarda mattinata di un caldo e polveroso
giorno dell'estate polacca, milleseicento esseri umani scomparirono dalla faccia
della terra. In una clima di grande eccitazione, tra uomini armati di randelli,
asce, attrezzi di lavoro, bastoni e così via si consumò il destino
di quegli infelici che ebbero la sfortuna di non poter sfuggire al furore di
quanti, fino al giorno precedente, erano stati loro compagni di lavoro, vicini
di casa, clienti o venditori al mercato del villaggio.
La maggior parte delle vittime fu eliminata all'interno di un granaio dove,
come in un feroce rito pagano, uomini e donne, anziani e bambini, vennero bruciati
vivi, nel tripudio collettivo dei persecutori. Tutto intorno a Jedwabne una
corona di fieri assassini si occupava di garantire che nessun sventurato potesse
trovare scampo, circondando la campagna circostante ed eliminando i pochi che
cercavano disperatamente una via di fuga. Alcuni tra questi, catturati, furono
costretti all'osceno rito di scavarsi la fossa per poi essere uccisi a colpi
di randello, mazza e coltello.
Poi, poco a poco, terminata l'opera sterminazionista, distrutti i corpi, sotterrate
sotto un cumulo di omertà e silenzi le vive immagini dell'eccidio, anche
le rimanenti tracce di questa vendemmia di sangue si persero tra gli strati
di polvere del procedere inesorabile degli eventi storici. Il sanguinoso sabba
si era consumato, rimanevano segni sempre più labili ed incerti di ciò
che era stato. Alla conclusione della guerra il succedere dell'occupazione russa
a quella tedesca prima, lo stabilirsi di un regime autoritario poi, cancellarono
la memoria residua, in un'opera di collossale rimozione collettiva della responsabilità,
proiettata ed addossata ai nemici di ieri, i tedeschi per l'appunto.
Solo in tempi recentissimi la coraggiosa ricerca di uno studioso di origine
polacca, "Neighbors" (Princeton University Press, April 2001, pqg.272)
Jan Gross, ha permesso che il rimosso tornasse a galla. Tra reticenze e pudori,
silenzi assordanti, sguardi imbarazzati, mezze verità, parziali ammissioni,
bugie e finzioni, distorsioni e timide concessioni qualcuno ha iniziato a concedere
qualcosa. Sì, quegli ebrei, accusati di "intelligenza con il nemico",
ovvero di collusione con i russi, dovevano essere "puniti" per i loro
"crimini". Ed in blocco poiché la loro era una infamia di "razza".
Tra il novembre del 1939 e il giugno 1941, in base agli accordi Ribbentrop-Molotov,
Jebwabne si era trovato a seguire il destino di quella parte della Polonia che
era ricaduta sotto la giurisdizione sovietica. Alcuni membri della locale comunità
israelitica partecipano, a titolo personale, all'amministrazione comunista.
Forse tra di essi ci fu anche chi collaborò alle attività della
potente NKVD, la polizia politica di Mosca. I più però, così
come i loro concittadini non semiti, seguirono con apprensione ma anche distacco
l'evoluzione della situazione politica. Con l'arrivo delle truppe tedesche si
scatena la persecuzione. I giudei sono tutti comunisti collaborazionisti, a
partire dai bambini in fasce: il verdetto è la morte e viene implacabilmente
eseguito dalla popolazione, per l'occorenza capitanata dallo stesso sindaco,
Marian Karolak, nominato all'uopo dai nuovi padroni, i nazisti.
Infine il silenzio e poi la menzogna.
Gli anni passano, le ossa si fanno cenere, la cenere torna alla terra ma la
memoria, implacabile, riemerge tra le pieghe e le increspature della storia.
La versione ufficiale inizia a mostrare alcune crepe, così come la pietra
sulla quale sono incise le parole che abbiamo riportato in esordio. Piccole
fessure, all'inizio, che poi si trasformano in fenditure ed infine in spaccature.
Poiché è di cesure che stiamo parlando: nella memoria come nelle
coscienze, nelle generazioni come negli individui. Infine nel muro di omertà
si crea una falla non più arginabile. E' allora che si produce l'effetto
cascata. Le autorità cittadine, nel marzo di quest'anno, sotto l'incalzante
pressione dello sviluppo degli eventi, si vedono costrette a rimuovere la "pietra
dello scandalo", quel monumento funerario che testimoniava oramai solo
dell'omissione e della mistificazione. Il resto è storia dell'oggi.
Molto saggiamente, Jan Gross riscontra che Jedwabne è "la scoperta
di ciò che noi polacchi siamo, in quanto ordinaria nazione con alcuni
punti oscuri nella nostra storia". Non si tratta di processare un popolo
ma di capire che le zone opache vanno chiarite, a costo di dover sostenere gli
sgradevoli effetti di un tale esercizio di sincerità ed onestà,
poiché "è impossibile costruire un sicuro senso della propria
autonomia nazionale sulla base delle menzogne". La perdita dell'innocenza
è la precondizione da assolvere affinché al nero paradiso delle
leggende si sostituisca il senso della realtà e della giustizia. Da tempo
frange estremiste e radicali di certo cattolicesimo integralista polacco hanno
intrapreso una guerra, condotta mediaticamente ed attraverso gesti eclatanti,
contro quel che residua dell'ebraismo locale e, soprattutto, del ricordo di
quei tre milioni e più di anime che da decenni vagano per i cieli d'Europa.
Lo scandalo delle croci nel campo di Auschwitz, così come la costruzione
del Carmelo, sono solo due tra i tanti episodi che testimoniano di questa vocazione
all'intolleranza e al fanatismo.
Jedwabne ci dice che di milleseicento vittime predestinate solo sette sopravvissero.
Di altrettante parole menzognere nulla è rimasto. Un paesaggio di rovine
sul quale certuni dovrebbero meditare, a partire dall'Italia stessa.
Claudio Vercelli
ricercatore Istituto Studi Storici Salvemini di Torino