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Il Generalplan Ost nella logica di riassetto dell'Europa Orientale - [pag.2/9]
Generalplan Ost: il problema di fondo
Il problema di fondo che caratterizza l'approccio a questo tema, come a quelli ad esso affini, è che l'affrontare le logiche e i criteri sottesi alla concettualizzazione, alla stesura e ai primi, "timidi", tentativi d'implementazione, per parte nazista, di un progetto di così ampia portata - e del quale daremo nelle pagine a venire un sommario resoconto, per quanto ci è permesso conoscere - implica l'interpolare più piani analitici, da ricondurre solo successivamente ad un comune denominatore. Ovvero, pur nella sua unitarietà ed intenzionalità, non può essere compreso come un oggetto definito una volta per tutte.
Sul piano dell'approccio metodologico comporta diversi problemi che nascono dalla frammentarietà dei documenti che si hanno a disposizione, dal fatto che alla sua definizione concorsero più soggetti ed agenzie, dalla difficoltà che questi ultimi trovarono anche solo nel configurarsi un quadro diverso dell'Europa nel mentre era in corso una guerra e così via.
Dal punto di vista disciplinare si sommavano - allora nella sua formulazione, oggi per la sua comprensione - una pluralità di competenze e saperi. Ed in questo, più che in tutto il resto, si manifesta l'innovatività, se così la si vuol chiamare, del progetto in quanto tale.
Infatti il Generalplan Ost, configurandosi come un impegno di ampio respiro e di lunga durata, coinvolgeva e corresponsabilizzava nella sua ideazione e nella sua realizzazione, più soggetti e più enti, solo in certa parte da considerarsi come immediatamente "politici" poiché, per molti aspetti, più legati all'universo concettuale ed operativo delle cosiddette scienze esatte che non al circuito della decisione. In esso, infatti - così come nelle tecniche sterminazioniste poste in azione nei Vernichtungslager - , lo spostamento di sensibilità e di funzioni, oltreché di ruoli e di poteri, dai politici in senso stretto ad una nuova tecnocrazia nazificata, prodotto del connubio tra teleologia della società "pura" e ideologia delle scienze naturali, assumeva contorni maggiormente definiti. Meglio prospettando così, ai lettori d'oggi, le connessioni che andavano verificandosi in quegli anni tra regimi politici, ed in particolare quello totalitario al potere in Germania, e scienziati del sociale e del naturale, oltreché tecnici - intesi come progettisti e implementatori di nuove ipotesi di riorganizzazione delle comunità sociali (1).
Un fenomeno al quale non era rimasto estraneo, segnatamente, il milieu culturale weimariano (2), così come quella cultura della "rivoluzione conservatrice", pencolante tra romanticismo ideologico e modernismo tecnocratico (3). E che aveva coinvolto, nelle sue estreme propaggini, un'ampia congerie di figure e soggetti, impensabilmente associabili, almeno di primo acchito, ad una ideologica tanto brutale quanto radicale. Ma della quale, tuttavia, loro come altri, avevano subito gli effetti di una fascinazione che ancor oggi può misurarsi, sia pure in forme molto mediate e traslate (4).
Il connubio tra una visione della politica intesa come tecnica della gestione dei flussi sociali e una concezione delle scienze come sistema asettico, neutrale e applicabile a progetti di risistemazione e miglioramento della comunità umana, aveva radici nel secondo Ottocento e nello scientismo positivista, che trovò applicazione un po' ovunque in Europa.
Si pensava che la funzione essenziale del potere, scisso da qualsiasi valutazione preventiva di ordine etico sugli effetti delle sue scelte (la cui bontà doveva misurarsi sulla scorta dei risultati raggiunti, non dei mezzi adottati), fosse quella di preservare e trasformare l'esistente seguendo le linee guida di un qualche progetto di ingegneria sociale.
La società si presentava così come una sorta di massa inerte sulla quale sperimentare robusti tentativi di cambiamento. Partendo da un qualche presupposto falsamente oggettivo ma sufficientemente condiviso, - il razzismo biologico in primis - si intendeva trasformare la morfologia umana, alla ricerca di un obiettivo (la "qualità" della razza) propagandato come interesse comune.
Da questo punto di vista il nazismo rappresentò il tentativo, in quanto esperimento "perfetto" per un progetto totalitario, di varcare ed elidere la differenza tra pubblico e privato, sovrapponendo il primo al secondo. In altre parole, elidendo gli spazi dell'individuo dall'interno del suo stesso ordinamento naturale e biologico ed incorporandolo in una comunità (per l'appunto quella di "stirpe" o di "sangue") nella quale non avrebbe contato come singolo bensì come parte di un tutto, di una totalità.
La politica non si presentava più come semplice competenza gestionale né, tantomeno, come sintesi dialettica tra idealità concorrenti bensì come prassi falsamente neutra per la radicale riforma della società e delle forme di socialità umana. Affinchè ciò avvenisse occorreva pervenire ad una sintesi sovrappositiva tra il corpo della nazione e quello individuale, una fusione delle due componenti e la costruzione di una totalità unitaria che interconnettesse comunità sociale a élite politica.
Quel che però aveva fatto difetto, fino ad allora, oltreché un quadro d'insieme capace di tradursi in proposta, erano la presenza di una stato e di una società nella condizione di realizzare l'impensabile. Se l'idea di cambiare il volto e l'interiore composizione delle comunità era coltivata in alcuni laboratori, non sussistevano né le condizioni né gli attori politici capaci di pensare e di farsi concreto carico di un tale intendimento. Almeno fino alla conclusione della prima guerra mondiale. L'estremizzazione delle culture politiche e la fascistizzazione dell'Europa, gli effetti della crisi del 1929 e la ristrutturazione degli apparati di regolazione pubblica delle redistribuzione delle risorse collettive, il confronto tra il movimento comunista internazionale e i regimi di destra, la crisi delle vecchie élite dirigenti, il determinarsi di fratture irricomponibili tra interessi sociali alternativi e il tentativo di fuoriuscire da una crisi europea - vissuta come irrisolvibile per via delle abituali forme di mediazione - attraverso lo strumento del confronto bellico (5), furono invece le premesse e la cornice di un generale processo di radicalizzazione delle opzioni politiche che iniziò a contemplare, a quel punto, anche il ricorso alle pratiche di ridisegno socioantropologico delle società europee. Si trattava di qualcosa di assolutamente nuovo nel metodo e nelle dimensioni che però si innervava, come già si è avuto il modo di dire, su un impianto di antica data (6).
Il Generalplan Ost nasce e lievita all'interno di questo coté culturale e mentale. Ne è, per molti aspetti, una diretta e congrua espressione. In quanto coniugava, secondo una razionalità utilitaristica, i fini di una completa trasformazione, attraverso la "germanizzazione", delle terre sulle quali si sarebbe applicato, ai mezzi che il trascorrere del tempo metteva a disposizione: la ferocia del confronto bellico, la concezione predatoria delle conquiste territoriali, l'asservimento, volenteroso, degli scienziati e dei ricercatori, ad una ideologia paranoide e criminale, la meccanizzazione spinta delle produzioni in serie, la mobilitazione delle risorse e degli individui, la riduzione delle società a strumento da utilizzare e adattare secondo le volontà di un potere feroce e, per l'appunto, totale. Rivelando così la vera natura che ogni piano di trasformazione etnica conserva in sé, ovvero quello di essere una forma di legittimazione delle più efferate violenze di massa, a partire dall'assassinio delle popolazioni civili.
Faceva scuola, in tale senso, il genocidio degli armeni operato dal regime turco. Per le modalità con le quali si svolse e, soprattutto, per gli effetti politici che ingenerò, esso precorse, più che i campi di sterminio, le politiche di spostamento coatto e di deportazione delle popolazioni che i nazisti avrebbero fatto proprie di lì a non molto.

[C.V. segue>>]



NOTE
  
1) Su questa affascinante ma anche sconvolgente relazione, tradottasi in influenze reciproche, si sofferma Alfredo Salsano, trattando i casi degli Stati Uniti, della Francia e dell'Urss in Ingegneri e politici. Dalla razionalizzazione alla "rivoluzione manageriale", Einaudi, Nuovo Politecnico, Torino 1987. Per la comprensione di come le concezioni "razionalizzanti" e "manageriali" dell'agire produttivo potessero esercitare sulle costituende e ristrutturande ideologie politiche un ruolo cogente, mischiandosi a quanto già preesisteva ad esse, un caso significativo è quello trattato da Zeev Sternhell per il sionismo e le origini d'Israele con il volume Nascita d'Israele. Miti, storia, contraddizioni, Baldini & Castoldi, Milano 1999, laddove egli identifica nella miscela di nazionalismo e planismo demaniano l'impianto ideologico di riferimento del movimento di rinascita ebraica. Al di là dello specifico dei singoli casi, tuttavia, è nell'insieme un filone della cultura politica che si confronta con l'eredità del positivismo, da un lato, e l'impatto del nichilismo dall'altro. Heidegger, tra i diversi filosofi, ne è un insigne esponente. La questione della techné - la tecnica - era il punto di incontro e confronto tra diverse ipotesi di riorganizzazione della comunità e di ridefinizione dei rapporti sociali. Negli anni Trenta la risposta alle diverse esigenze che si andavano così manifestando era data anche da quei socialismi "modernizzanti" e nazionalistici dai quali il nazismo non poteva dirsi di certo estraneo, benche la componente romanticista in esso non difettasse facendo, anzi, premio su altri elementi pur presenti. Più in generale ci si può riferire ad una "cultura della crisi" in quanto congerie di pensieri, sentimenti, aspettative e timori che attraversò la società europea tra gli anni Dieci e la seconda guerra mondiale, partorendo proposte ma anche costrutti ideologici di devastante potenza. Su questo tema, affascinante e complesso, si rimanda alla lettura del volume di Michela Nacci, Tecnica e cultura della crisi, Loescher, Torino 1982. Molti filosofi e pensatori della politica, nostrani e non, si sono confrontati con questo vissuto culturale e storico, paradigmatico nelle sue manifestazioni di irrisolte domande di senso di cui il nazionalsocialismo si fece, a modo suo, latore e semplificatore nella risposta che ad esse offrì. Per una indagine più approfondita, esulante dai limiti che questo articolo si è imposto, si possono consultare le opere di Emanuele Severino, Massimo Cacciari, Giacomo Marramao e di altri ancora.

2) Peter Gay, La cultura di Weimar, Dedalo Editore, Bari 1983.

3) Stefan Breuer, La rivoluzione conservatrice. Il pensiero di destra nella Germania di Weimar, Donzelli, Bari 1995; Jeffrey Herf, Il modernismo reazionario, il Mulino, Bologna 1988.

4) Su questo punto Peter Reichel, La fascination du nazisme, Editions Odile Jacob, Paris 1993 e Thierry Feral, Le nazisme: une culture? Essai étiologique, L'Harmattan, Paris 2001.

5) Andrea Graziosi, Guerra e rivoluzione in Europa, il Mulino, Bologna 2001.

6) Peraltro, l'ipotesi di addivenire ad una qualche forma di igiene sociale che coinvolgesse, nella sua realizzazione, l'intero corpo sociale, non era prerogativa della sola Germania. In quegli anni e fino al 1975, nella socialdemocratica Svezia si procedette all'assunzione e alla diffusione, per via legislativa, di una serie di misure volte alla sterilizzazione di quanti erano reputati portatori di un patrimonio genetico difettoso o, più semplicemente, incapaci di provvedere alla cura della propria prole. Ne parla diffusamente e con cognizione di causa Piero Simeone Colla in Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel "modello svedese", Carocci, Roma 2000.