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Il Generalplan Ost nella logica di riassetto dell'Europa Orientale - [pag.6/9]
Il Generalplan Ost: stesure e contenuti - B
È quindi in questo contesto bellico, politico e culturale che si inserisce il Generalplan Ost. Che non ci è pervenuto come documento unitario e conchiuso, bensì come un insieme, stratificato, di elaborazioni, tra di loro logicamente e cronologicamente legate e interagenti (1). Le ultradecennali ricerche compiute da Czeslaz Madajczyk (2) hanno portato all'identificazione di più di un centinaio di atti, tasselli di un mosaico che ora ci pare per quel che doveva effettivamente essere, ovvero un esercizio unitario. "Scopo del progetto era prefigurare il futuro dello spazio orientale nell'ipotesi di una vittoria finale della Germania, elaborando le direttive precise di una politica fondata sulla destrutturazione dell'ordinamento esistente mediante l'espulsione della popolazione e la radicale modifica dell'assetto sociale, e sulla ripopolazione della stessa area con l'inserimento di popolazione germanica o gruppi etnici ad essa assimilabili" (3).
Peraltro, ne avevano anticipato contenuti e formulazioni tutta una serie di ipotesi di ricerca e di proposte avanzate in anni precedenti da insospettabili istituti accademici, devoti alla causa della conquista e della "civilizzazione" del "barbarico" Est. Segnatamente, il contributo offerto in quegli anni dalle università tedesche alle politiche di oppressione e sterminio rimane un esempio ineguagliato, nella storia europea, della disposizione di un intero ceto intellettuale ad associarsi e a concorrere alla prassi genocidiaria (4).
La redazione finale del Generalplan Ost contemplava due parti: il Kleine Planung, destinato a coprire le esigenze dell'immediato futuro, una volta effettivamente conquistati i territori; il Grosse Planung, invece, poneva in luce i target di lungo periodo, quelli interconnessi alla effettiva germanizzazione delle terre e destinati a essere raggiunti o realizzati in almeno una generazione anagrafica.
Di esso, per meglio comprenderne la natura e le funzioni generali, vanno quindi preliminarmente identificati alcuni aspetti che ne costituiscono la sostanza stessa. Poiché non si trattò di un progetto di mera pulizia etnica - termine in sé sufficientemente generico e inflazionato da non riuscire a comprendere la stratificazione e la complessità degli intendimenti tedeschi - bensì di una concreta riprogrammazione della distribuzione e dell'uso dello spazio e dei suoi agenti (le comunità nazionali) attraverso una serie di linee di comportamento la cui traduzione in condotte concrete avrebbero trasformato la composizione demografica, sociale e culturale dell'Est nel volgere, per l'appunto, di una generazione.

Al fine di meglio identificarne i connotati vanno quindi individuati:
a) gli organismi dell'apparato nazista che presero parte alla sua stesura;
b) le diverse ipotesi che nel corso del tempo andarono affermandosi riguardo al da farsi e sul come farlo.
Perché quel che rende il Generalplan Ost rilevante non è tanto il livello applicativo al quale pervenne, in sé modesto, quanto il tentativo di implementazione stesso. Ovvero, il fatto che nel temperie bellica vi fosse chi - e non erano pochi - poteva dare corso ad intendimenti che si rifacevano ad una ingegneria sociale di ampio respiro, peraltro del tutto indifferente ai costi umani che essa avrebbe comportato. E di come questa si intrecciasse, a doppio filo, pur essendo altra cosa, alla Endlöesung der Judenfrage, la "soluzione finale del problema ebraico". Nei confronti della quale sussistevano rapporti di reciprocità e specularità, fondandosi entrambe su di una concezione razziale dei legami sociali e su di una sostanzialmente illimitata propensione al mutamento delle comunità, e della loro composizione, attraverso il ricorso alla coazione e alla violenza.

Quale fu l'iter evolutivo del progetto e chi vi concorse?
La prima formulazione, antecedente però la sua sistematizzazione in un documento organico, è riconducibile alla primavera del 1940, con più di un anno di anticipo rispetto alla guerra contro l'Urss. L'agronomo ed alto ufficiale delle SS Konrad Meyer-Hetling, studioso di geografia e di politiche del riassetto territoriale, oltreché docente all'Università di Berlino (5), fu incaricato, nell'ambito delle attività che andava svolgendo il Commissario del Reich per il consolidamento della razza tedesca (RKF - Reichskommisar für die Festigung des deutschen Volkstums) - e più in generale lo stesso Reichsführer delle SS Heinrich Himmler - di procedere alla definizione di un progetto di massima per il riassetto generale dei territori polacchi, conquistati nella campagna del settembre del 1939 (6).
Gli organismi coinvolti, oltre allo stesso RKF, furono l'Ufficio centrale per la sicurezza del Reich (RSHA - Reichssicherheitshauptamt), il Ministero per i territori orientali occupati (Reichsministerium für die besetzten Ostgebiete) diretto da Alfred Rosenberg e una pluralità di dicasteri "tecnici". Peraltro è comprovato il ripetuto interessamento, anche a titolo personale, di Himmler che coglieva le implicazioni, in termini sia progettuali che applicativi, di un'iniziativa che fino a quel momento non aveva avuto pari.

La prima stesura, ancorché vincolata dalle dimensioni geografiche - contenute - delle terre nelle quali si sarebbe poi proceduto ad una eventuale implementazione di quanto posto in ipotesi, enucleava ed esplicitava già alcuni principi basilari intorno ai quali le successive formulazioni si sarebbero articolate:
a) la bonifica integrale dalla presenza ebraica. La natura della stessa (espulsione, emigrazione forzata, eliminazione fisica) non era ancora stata individuata poiché solo nell'anno successivo, come oramai ben noto, i nazisti sarebbe addivenuti all'opzione genocidiaria;
b) la colonizzazione integrale dei territori ad Est, fatto non ancora del tutto acquisito nella coscienza tedesca, che pur da tempo aveva assorbito il concetto di Lebensraum (alla radice della politica estera di Hitler) senza però tradurlo in atti concreti. Il presupposto di tale agire si fondava sul principio della pianificazione sociale e demografica, oltreché economica. L'identificazione dei modi e dei termini, oltreché dei soggetti, per mezzo dei quali procedere alla germanizzazione dell'Est si rivelò, fin dall'inizio, un problema di non poco conto;
c) la individuazione nella questione del "trattamento" delle popolazioni autoctone del fulcro problematico intorno al quale disporre scelte e tempistiche per la realizzazione dei progetti di colonizzazione. I quali non avevano nulla a che spartire con le vecchie politiche coloniali, praticate nei decenni e nel secolo precedente in Asia ed Africa dalle potenze europee. I primi si basandosi sul principio razziale che informava di sé ogni passo e, inoltre, ambivano alla costruzione di una egemonia continentale pressoché assoluta. Se il "vecchio" colonialismo era ben consapevole delle implicazioni che una politica di conquista avrebbe implicato in termini di equilibri e di simmetrie con le altre nazioni concorrenti, per i tedeschi l'Est si offriva come luogo per l'esercizio di un illimitato potere, poiché non vincolato se non dai puri e semplici rapporti di forza e non obbligato a far fronte alle esigenze delle popolazioni locali se non nella misura dell'occorrente sul piano delle singole contingenze. La natura del "trattamento", quindi, avrebbe assunto una sorta di geometria variabile: contenimento nella crescita demografica, espulsione, assimilazione, eliminazione fisica, frantumazione delle identità culturali e così via. Mai e poi mai avrebbe comportato il riconoscimento delle aspirazioni nazionali nutrite dalle popolazioni assoggettate. I movimenti indipendentisti orientali, ancorché frequentemente caratterizzati da un acceso anticomunismo, non avevano quindi spazio alcuno. Per i tedeschi non si trattava di costruire delle mere sfere d'influenza ma di dare corpo ad un disegno egemonico basato sull'annichilimento dell'altrui soggettività;
d) la valorizzazione di competenze disciplinari e di contenuto legate all'agraria, alla geografia e, più in generale, alle scienze naturali. Ancorché prodotto di una intenzione politica netta e precisa - dai nazisti gabellata come "propensione naturale" ed obbligata per la Germania stessa - , la colonizzazione dei territori dell'Est assumeva così i connotati di una impresa di ingegneria sociale, legittimata moralmente dai poteri centrali ma realizzata concretamente dagli "scienziati". E' questo un passaggio ideologico di grande rilevanza poiché segna la definitiva cesura tra la consapevolezza della responsabilità, che si accompagna ad ogni scelta maturata dai decisori politici - sottoposti, per la stessa natura del loro operato, ad una qualche forma di giudizio di compatibilità con la volontà della comunità della quale sono espressione - e la sostanziale assenza di vincoli che non siano quelli derivanti dalle risorse disponibili per parte dei tecnici, non legati a nessun riscontro che non sia quello dell'efficienza e dell'efficacia. Il Generalplan Ost, ben lungi dall'essere eccentrico a quei principi di organizzazione sociale che sono propri alla modernità, si presenta così come una interessante - ed inquietante - anticipazione di un tipo di gestione dei processi demografici e culturali la cui radice sta nel sogno (o, se si preferisce, nell'incubo) di una collettività completamente regolata in tutti i suoi aspetti.
L'elemento di sintesi, ancora una volta, è dato dall'applicazione del concetto di razza che nell'uso che il nazionalsocialismo va facendo assume una valenza a tratti "rivoluzionaria", sostituendosi all'idea di cittadinanza che i sistemi liberali e socialdemocratici erano andati affermando nei decenni precedenti. Il tecnicismo e l'utilitarismo di fondo dei costrutti culturali che accompagnano il Generalplan Ost tradiscono lo slittamento cognitivo in corso (almeno nella tematizzazione delle grandi questioni legate al problema della gestione politica del dopoguerra), da una concezione legata alla politica - e quindi vincolata alle mediazioni che anche in un regime totalitario sussistevano - ad una ipotesi che delegava alla "scienza" la soluzione delle contraddizioni umane e comunitarie.
Non si trattava di una abdicazione bensì della sanzione di un connubio tra politica e tecnica, ben presente nell'impianto subculturale del "modernismo reazionario" che si poneva alle origini dello stesso nazionalsocialismo. La centralità delle tecnostrutture - il complesso di apparati pubblici preposti ad una funzione regolativa dei flussi sociali - era ribadita come principio, traslando l'operato (e la volontà) del politico nell'astrazione pura del tecnico. In questo modo, ogni residuo vincolo di ordine etico veniva surclassato dal paradigma del risultato. La scissione tra moralità e azione veniva così celebrata sull'altare della conquista fine a sé, della prevaricazione legittimata come opera di innovazione, della violenza istituzionale come impresa asettica e necessaria ai fini di una nuova "razionalità" sociale.

[C.V. segue>>]



NOTE
  
1) Della sua esistenza, in quanto progetto unitario, vi sono più testimonianze. Tra di esse è sufficiente menzionare quella dell'SS-Standartenführer Hans Ehlich, ufficiale dello RSHA. Tuttavia il documento più importante riguardo al piano stesso è quello firmato da Erich Wetzel il 27 aprile 1942 ed intitolato Stellungnahme und Gedanken zum Generalplan Ost des Reichsführers SS (Opinioni e idee riguardo al piano generale per l'Oriente del Reichsführer delle SS). Tale memorandum è, al contempo, chiave di lettura del Generalplan Ost e strumento di interpretazione delle politiche naziste per l'Est europeo.

2) Il già menzionato volume collettaneo coordinato da Madajczyk, Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan. Il curatore, docente universitario e veterano dell'Accademia delle scienze polacche, ha lavorato per circa quarant'anni sulle politiche d'occupazione perseguite dai tedeschi e dall'Asse in Europa, assurgendo al ruolo di massimo conoscitore del tema che è in oggetto di queste pagine.

3) Zona orientale, ristrutturazione della in Dizionario dei fascismi, Bompiani, Milano 2002, pagg. 680-681.
  
4) Max Weinreich, I professori di Hitler. Il ruolo delle università nei crimini contro gli ebrei, il Saggiatore, Milano 2003.

5) Per gli aspetti biografici di Konrad Meyer e per il concorso della sua istituzione al Generalplan Ost si consigliano i seguenti link:www.agrar.hu-berlin.de/fakultaet/history/Personen.htm e www.agrar.hu-berlin.de/fakultaet/history/gpo/020528.htm. Per una introduzione, schematica ma puntuale, si visiti invece www.wk-2.de/generalplan_ost.html. In linea di massima esistono diversi richiami al progetto nei siti di lingua tedesca (ulteriori suggestioni possono ricavarsi da www.shoah.de) mentre scarsi sono i richiami in quelli in lingua inglese, francese e, ancor meno, italiana.

6) A tal riguado il già citato R. L. Koehl, RKFDV: German Resettlement and Population Policy 1939-1945. La bozza di progetto presentata da Meyer si trova in Czeslaw Madajczyk, Vom Generalplan Ost zum Generalsiedlungsplan.