Il
Generalplan Ost nella logica di riassetto dell'Europa Orientale - [pag.7/9]
Quanto paventato da Meyer non era in sé sufficiente da un punto di vista
quantitativo - poiché ipotizzato per il solo "laboratorio"
polacco, considerando gli scenari chi di lì a non molto si apriranno
con l'invasione dell'Unione Sovietica - ma senz'altro veniva incontro alle aspettative
espresse dalla leadership nazista in merito al ridisegno dell'Est, almeno sul
piano delle metodologie di formulazione del problema e della progettazione strategica
delle soluzioni.
Gli scarti che ne sarebbero derivati, ovvero le successive ridefinizioni e rielaborazioni,
dipesero per buona parte dall'evoluzione del quadro bellico e dal gioco di interessi
tra poteri in competizione.
Il 2 ottobre del 1941
Reinhard
Heydrich, responsabile del già citato Ufficio centrale per la sicurezza
del Reich (RSHA), formulava pubblicamente gli auspici per la realizzazione di
un dominio integrale della Germania sui territori dell'Europa orientale. A partire
dal mese successivo lo stesso RSHA avviò i lavori per la determinazione
di un progetto di bonifica etnica e di espulsione delle popolazioni autoctone.
Della documentazione cartacea di tale intendimento poco o nulla è rimasto
ma se ne conoscono, e bene, i lineamenti di fondo poiché fu fatto ripetuto
oggetto di valutazione per parte degli uffici del ministro per i territori orientali
occupati.
Alfred Rosenberg,
infatti, affidò ad un suo collaboratore, Ehrard Wertzel, altro specialista
di temi geo-demografici e razziali, un'analisi di compatibilità e d'impatto.
La conclusione del terzo anno di guerra, il 1941 per l'appunto, è denso
di eventi e di scelte: è in questa tranche cronologica che, con tutta
probabilità, si afferma e determina l'opzione sterminazionista riguardo
agli ebrei. L'incidenza della difficile situazione sui campi di battaglia, dinanzi
a Mosca e Leningrado, la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti, l'intensificarsi
dei programmi di mobilitazione e così via furono senz'altro elementi
in grado di incidere anche nella formulazione dei piani per l'Est.
Peraltro in quei mesi si era definitivamente affermata una concezione "biopolitica"
(
1)
del destino delle popolazioni assoggettate alla giurisdizione tedesca. E il
progetto che andava prefigurandosi si articolava, nella sua essenzialità,
su un doppio movimento:
a) l'espulsione degli elementi e dei soggetti "razzialmente indesiderabili"
o considerati "impuri";
b) l'inserimento e l'insediamento di gruppi di ceppo germanico o affine.
Le competenze chiamate in causa erano molteplici e non si riducevano ad un unico
denominatore. Trattandosi di una proposta di ingegneria sociale - peraltro dai
contorni oramai definiti ma vincolata ad una prassi ancora incerta - ad essere
riconosciuti come interlocutori sono una pluralità di attori, uniti tra
di loro dalla titolarità di competenze riconosciute e valorizzate all'interno
dell'apparato burocratico e amministrativo tedesco.
"E' all'opera un
intero apparato dello Stato, che si estende dalla burocrazia amministrativa
alle specializzazioni settoriali più diverse, una tecnostruttura complessa
che non sembra in alcun modo interrogarsi sui costi umani di una operazione
di questa natura, i cui membri anche nel dopoguerra […] si nasconderanno
dietro l'esibizione della loro qualificazione meramente tecnica […]"
(
2).
L'impresa, in sé non solo grandiosa e promettente ma visionaria, di ribaltare
gli equilibri demografici europei esprimeva al meglio, insieme alla "soluzione
finale del problema ebraico" per via dei
Vernichtungslager, certi
intendimenti "antropologici" del nazionalsocialismo che ne celebravano
la intima differenza rispetto al conservatorismo nazionalista delle vecchie
classi abbienti che lo avevano sostenuto al momento della sua ascesa. Poiché
implicava non solo la trasformazione del volto culturale e antropico delle terre
oggetto di conquista ma anche, almeno in prospettiva, della composizione socioeconomica
della Germania. Offrendo ai membri della "comunità di stirpe"
una sorta di mobilità sociale basata su una diversa divisione del lavoro,
sul recupero e sull'enfatizzazione della centralità del rapporto con
il mondo rurale, su una ridefinizione del rapporto tra i centri metropolitani
e le periferie agrarie e così via. Era in questo modo che, secondo le
ipotesi di certuni, si sarebbe potuto procedere ad un profondo mutamento dell'arianità
stessa, ad una sua purificazione dall'intero, in altri termini alla realizzazione
del vaticinato "uomo nuovo", razzialmente compiuto poiché depurato
dalla contaminazione derivante da quelle scorie e dalle sedimentazioni che il
contatto con ambienti e "razze" corrotte aveva in larga misura ingenerato.
Ma questa vocazione costituiva l'anello ultimo di una lunga catena. Nei tempi
intermedi, invece, si ponevano alcuni problemi di difficile soluzione:
a) una politica demografica, coerente con la precettistica razziale nazionalsocialista,
implicava, al contempo, un incremento della natalità in campo tedesco,
un decremento - possibilmente secco - tra le popolazioni "inferiori",
così come una selezione nell'ambito di queste ultime (ovvero l'eliminazione
di una parte dei soggetti adulti). Su come si potessero concertare tutti e tre
gli obiettivi, costituendo un circolo virtuoso capace di equilibrare spinte
demografiche positive (aumento della prole di origine ariana), negative (decremento
naturale e/o forzato delle altre) e selettive (contenimento ed eventuale distruzione
della forza biologica delle comunità assoggettate), era questione aperta,
alla quale, al momento, gli apprendisti stregoni di Himmler non sapevano bene
quale risposta dare;
b) ogni opzione demografica richiamava una serie di scelte legate alle gestione
dello spazio, della terra e delle economie locali. La ruralità, era abbondantemente
risaputo, incentivava di per sé la natalità. Sarebbe stato auspicabile,
pertanto, il procedere, sia pure in misura controllata, ad una industrializzazione
e ad un buon grado di urbanizzazione, soprattutto tra le popolazioni russe,
al fine di spezzare legami e consuetudini maturate in secoli di vita agraria.
E che si traducevano in un saldo demografico positivo per queste ultime. Ma
quel che da un lato poteva presentarsi come una occasione dall'altro diveniva
vincolo: la formazione di agglomerati operai e la loro diffusione potevano incentivare,
almeno in fieri, meccanismi di contrapposizione al dominio tedesco;
c) infine, la "germanizzazione" dei territori evocava non il semplice
accostamento dei nuovi padroni ai vecchi residenti, spogliati delle loro prerogative
e ridotti allo stato di servitori, bensì la loro eliminazione, come entità
comunitaria e in quanto individui portatori di una soggettività irriducibile
ai parametri del nuovo ordine ariano. In sostanza cosa fare di chi e come?
[C.V. segue>>]
NOTE
1) Su questo concetto, affermatosi a partire dagli anni Settanta
per tramite delle riflessioni di Michel Foucault, di utilità per le riflessioni
contenute in questo articolo si rivela l'opera di Giorgio Agamben, Quel
che resta d'Auschwitz. L'archivio e il testimone, Bollati Boringhieri,
Torino 1998 così come l'intervento di Leonardo Paggi al Convegno Sissco
del novembre 2000 su La democrazia nel Novecento. Un campo di tensione, intitolato
L'origine biopolitica del welfare state. Dallo stato di popolazione alla "nazionalizzazione
del consumo" attualmente reperibile presso il sito http://www.sherwood.it.
2) Enzo Collotti, Una "soluzione finale" per la
Mitteleuropa, in Passato e Presente, anno VIV (1996), n° 37, pag. 138.