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Il Generalplan Ost nella logica di riassetto dell'Europa Orientale - [pag.8/9]
Il Generalplan Ost: stesure e contenuti - D
La risposta a questi e ad altri quesiti fu formulata con estrema sommarietà. E non poteva essere altrimenti, se non altro per la dimensione degli stessi e per l'ordine di scelte che essi evocavano.
Secondo Wetzel si poteva addivenire ad una ragionevole attuazione del piano per l'Est in poco più di una generazione dalla conclusione, ovviamente vittoriosa, della guerra.
Trent'anni erano identificati come un lasso di tempo sufficiente per procedere alla Eindeutschuung dei territori. Polacchi, ucraini e russi bianchi dovevano essere evacuati ad Est degli Urali e in Siberia nella proporzione dell'80-85% dei primi, del 65% dei secondi e del 75% dei terzi. Le cifre sul numero effettivo di individui da "ricollocare" variavano da un minimo di 31 milioni ad un massimo di una cinquantina. Almeno otto o dieci milioni di tedeschi dovevano sostituirsi ad essi e garantire il controllo dello spazio, oltreché la sua resa in termini economici.
I serbatoi dai quali raccogliere i nuovi coloni erano quelli costituiti dalle minoranze germanofone (i Volksdeutsche) e tra i soggetti che pur non parlando la lingua tedesca assicuravano un'assoluta congruità razziale poiché residenti in aree considerate come originariamente "germaniche". Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia e così via erano i paesi dai quali attingere quanti e chi sarebbero occorsi alla realizzazione degli insediamenti colonici.

Nella giugno del 1942, mentre la seconda offensiva tedesca in Russia prendeva corpo, Konrad Meyer redigeva e ufficializzava una seconda versione del piano che, nella sua essenzialità, andava ora articolandosi intorno ad alcuni capisaldi:
a) la ruralizzazione integrale dei territori sotto diretto controllo tedesco e la deurbanizzazione degli autoctoni;
b) la costituzione di alcune marche orientali del Reich, ovvero di nuove unità politico-amministrative, collegate tra di loro, nelle quali avrebbe risieduto una popolazione costituita almeno al 50% da tedeschi. Ognuna di queste entità, suddivise e distribuite nel territorio di quella che sarebbe stata l'ex Unione Sovietica, avrebbe permesso il controllo permanente delle terre circostanti;
c) l'attribuzione alle SS e al Commissariato per il consolidamento della razza germanica, quindi ad Himmler, della gestione globale dei processi di colonizzazione;
d) il ripristino, sotto nuove vesti, di antichi rapporti di servitù e, prevedibilmente, di schiavitù.

Nella nuova veste che il progetto andava così facendo propria si delineavano anche i territori sui quali la giurisdizione tedesca si sarebbe esercitata. Si trattava di tutte quelle terre comprese in un'area che andava dall'estremo Nord del Lago Lagoda al Mar Nero. Il "Reich millenario" avrebbe così compreso e assorbito l'intera Polonia, la Repubblica Ceca e quella Slovacca, i paesi baltici con l'eccezione della Finlandia, l'intera Crimea, la Bielorussia e l'Ucraina. Nei documenti si parla quindi di Eindeutschung der Ostgebiete ("germanizzazione dei territori orientali"): come si è già avuto modo di osservare, nei confronti delle popolazioni slave era fuori di discussione che si ponesse come un qualche intendimento di natura integrativa.
Il trattamento delle comunità conquistate implicava metodi e modalità distinte secondo una tassonomia razziale che, partendo dal concetto di purezza, attraverso successivi stadi, discendeva verso quelli che erano considerati i "materiali umani" di minor o nullo pregio. Laddove si riteneva che maggiore fosse il deposito di arianità - come nel caso dei paesi baltici - le procedure di germanizzazione avrebbero comportato l'integrazione della totalità degli elementi (per gli estoni), di un buon numero (per i lituani) o di pochi (per i lettoni). Per la parte restante delle popolazioni il destino era segnato, nel senso della loro espulsione, deportazione ed eventuale eliminazione fisica.
E tuttavia, come già nel caso delle leggi di Norimberga del 1935, la questione della identificazione e della definizione dei parametri razziali rimase, fino all'ultimo, sostanzialmente irrisolvibile e comunque fonte di incertezze se non di equivoci. Si pervenne a delle opzioni, a tratti contraddittorie, che fungevano da segnavia per l'operato delle amministrazioni, ma se l'assunto principe - esiste una razza superiore, le altre vanno valutate secondo un ordine decrescente - non fu mai messo in discussione, la sua concreta traduzione in atti nei confronti di intere società era ben altra cosa. Poiché la caducità del concetto di "razza" era tale da invalidare la sua operazionabilità. Fatto che implicava il costante interrogarsi, per parte degli enti preposti alle politiche etniche, sulla natura dell'identità altrui, in un esercizio, estenuante e bizantino, di distinzioni, tassonomie e nomenclazioni.
Verso i polacchi e i russi le problematiche, poi, erano molteplici. Presentando, gli uni e gli altri, tracce di quella nordicità che si andavano cercando. E la cui preservazione e valorizzazione, a detta degli studiosi impegnati nell'opera del consolidamento razziale, costituivano una missione in sé. Prevalsero quindi considerazioni eccentriche ad una sfera strettamente e rigorosamente biologica, privilegiando valutazioni di ordine politico.
Dei primi si osservava con grande preoccupazione la vocazione nazionalista, la perduranza di una opposizione clandestina, la tenacia nel riconoscersi nella propria storia, temendo la voglia di rivalsa che, prevedibilmente, avrebbero espresso con il passare del tempo, dopo la sconfitta del 1939 (1). L'azione contro l'intelligenza locale fu sistematica e virulenta poiché reputata irriducibile ai desiderata dei nuovi padroni tedeschi. E la natura dei territori, a ridosso dei vecchi confini con la Germania, l'elevato numero di ebrei residentivi, così come altri elementi concorsero, come già si è detto, a trasformare quello che restava del paese in un immenso laboratorio che preconizzava quanto era là da venire in altri contesti, peraltro limitrofi. Da ciò la scelta di procedere, quando possibile, all'espulsione di almeno otto decimi della popolazione. Ma venti milioni di polacchi da destinare seguendo tale criterio costituivano una problema soverchiante le forze dei tedeschi. E poi sorgeva il grande quesito: in che cosa sarebbe effettivamente consistita tale "espulsione"? Ehrard Wetzel, bontà sua, riteneva che ad essi non si potesse praticare lo stesso trattamento riservato agli ebrei. Si era in presenza di popoli "stranieri", estranei a qualsivoglia forma di assimilazione alla razza padrona, fosse non altro per intima vocazione culturale e per ostilità politica.
Erano i cosiddetti Fremdvölkische, ai quali andavano applicate procedure di selezione collettiva che ne avrebbero depotenziata la struttura sociale interna e, in prospettiva, la stessa capacità biologica di riproduzione. Gli strumenti più importanti, al di là dello spostamento coatto di consistenti porzioni d'essi oltre gli Urali e in Siberia, erano la distruzione dell'identità nazionale attraverso una serie di misure atte a ridurre drasticamente le competenze intellettuali ed educative; la segmentazione e la frammentazione del tessuto sociale per mezzo di trasferimenti interni, della sottrazione dei minori, della divisione delle comunità locali; il ricorso al lavoro in condizioni di massima subalternità e di completo sfavore, così come l'esclusione da ogni tipo di attività professionale comportante cognizioni e competenze intellettuali (2).

Nella prima estate del 1942 Himmler, sollecitando un'accelerazione nei tempi di attuazione del piano, che a suo dire avrebbero dovuto essere contenuti nell'arco di quattro lustri, di fatto procedeva ad una unificazione tra il Generalplan Ost e gli altri progetti di colonizzazione. In tal modo, le diverse agenzie che avevano la titolarità di tali ipotesi di lavoro perdevano l'esclusiva della propria posizione, mentre tra i territori fatti oggetto delle procedure previste dal piano venivano inclusi, ad Est, anche la Boemia, la Moravia, la Crajna superiore e la Stiria inferiore; ad Ovest, l'Alsazia e la Lorena.
E tuttavia, malgrado l'apparente conciliazione garantita da un'unica struttura, permanevano differenze di fondo rispetto alla natura del rapporto che si sarebbe dovuto costruire con l'Est. Poiché, come già si è avuto modo di dire, l'evoluzione del quadro bellico (un esperto militare nel gennaio del 1942 affermerà che "il Blitzkrieg è fallito"), la necessità di orientarsi verso un'economia di guerra fondata sulla mobilitazione totale delle risorse, la visione dell'Europa nazista essenzialmente come una Grossraumwirtschaft (un'economia regionale con la Germania quale epicentro) caldeggiata da parte della élite tedesca (3), incisero notevolmente sull'esito finale di tutta l'impresa.
D'altro canto, alla resa dei conti, quanto fu fatto concretamente si rivelò fallimentare. Le basi concettuali e operative sulle quali si fondava l'intero progetto erano d'argilla. Solo la vittoria sull'Unione Sovietica avrebbe concesso un reale spazio di implementazione, peraltro a costi sociali e umani inammaginabili. "Nei territori annessi, l'espulsione dei contadini polacchi e della classe artigiana ebraica minacciò di provocare un completo crollo economico; al contempo, gli amministratori del Governatorato generale erano palesemente contrari all'idea di dover accogliere masse di polacchi ed ebrei depauperati, prospettiva che se realizzata avrebbe irrimediabilmente frustrato le loro ambizioni di trasformare il Governatorato generale in un importante centro di attività economica. Lo scontro tra dogmatismo razziale e interesse economico vedeva schierati Himmler, le SS e gli ideologici del partito da un lato e Hans Frank, plenipotenziario del Governatorato, e Göring, portavoce dei principali interessi economici del Reich, dall'altro" (4).
Il vizio di fondo era, se così si vuol dire, d'origine: la conquista e il controllo dell'Est presupponeva, al contempo, unità d'intendimenti (e questa non sussisteva poiché ben diversi e confliggenti tra loro erano gli interessi che motivavano gli attori in campo) e il ripristino di un'organizzazione feudale. Che per sua natura esprimeva la tendenza alla separazione e alla concorrenzialità tra quanti ne avrebbero esercitate le prerogative nei diversi ambiti territoriali d'influenza. Ma c'è chi con grande acume (5) ha rilevato che, plausibilmente, la vittoria in guerra avrebbe comportato, in prospettiva, lo sfaldamento di un impero, quello del Reich cosiddetto millenario, la cui natura poliarchica era il vero vincolo ad ogni ambizione unitaria, di qualsivoglia genere. La conquista dell'Est, pertanto, avrebbe aperto una serie di interminabili problemi. Il regime hitleriano, nella sua unitarietà estraneo ad ogni dialettica politica che non fosse riconducibile alle sue stesse parti, con ogni probabilità si sarebbe trovato dinanzi a molteplici spinte centrifughe, alimentate dal costituirsi, su territori così ampi, di riservati domini esercitati, per l'appunto feudalmente, dalle nuove signorie.

[C.V. segue>>]




NOTE
  
1) Al riguardo Janusz Gumkowkski e Kazimierz Leszczynski, Poland Under Nazi Occupation, Polonia Publishing House, Warsaw 1961 e Mark Hillel e Clarissa Henry, In nome della razza, Sperling & Kupfer, Milano 1976.

2) Ne danno un resoconto ampio ed articolato Gumkowkski e Leszczynski nel loro libro. Selezioni e pagine scelte della loro analisi sono reperibili all'indirizzo web www.dac.neu.edu/holocaust/Hitlers_Plans.htm. Significativo l'intervento di Waclaw Dlugoborski su le Conseguenze sociali della politica delle nazionalità e movimenti di popolazione nella Polonia occupata al già citato convegno su Spostamenti di popolazioni e deportazioni in Europa durante la seconda guerra mondiale, pubblicato nell'omonimo volume a cura di Rinaldo Falcioni.

3) Ne parla diffusamente Mark Mazower nel capitolo intitolato Il Nuovo Ordine hitleriano, 1938-1945 alle pagine 145-184 del suo libro su Le ombre dell'Europa. Democrazie e totalitarismi nel XX secolo, Garzanti, Milano 2000. A tale testo si possono affiancare le raccolte documentarie contenute in Nazism 1919-1945, volume terzo su Foreign Policy, War and Racial Extermination di J. Noakes e G. Pridham (University of Exeter Press, Devon 1988), dedicate a The 'New Order' and the concept of a Grossraumwirtschaft così come la classiche opere di Alain S. Milward su L'economia di guerra della Germania, Franco Angeli, Milano 1971 e Guerra, economia e società, 1939-1945, Etas libri, Milano 1983.

4) Mark Mazower, op.cit., pag. 167.

5) Ian Kershaw nelle sue diverse opere.