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Il Generalplan Ost nella logica di riassetto dell'Europa Orientale - [pag.9/9]
Gli sviluppi e gli esiti: una valutazione
Come ogni progetto di sintesi, anche il Generalplan Ost era profondamente segnato da un complesso di fattori sui quali non poteva incidere ma i cui effetti esercitarono una particolare cogenza sulla sua evoluzione. Sommariamente possono così essere riassunti:
a) l'evoluzione della guerra e il declino della potenza tedesca nei territori occupati, a partire dalla conclusione della seconda offensiva sul teatro russo, nell'autunno del 1942, e la successiva sconfitta di Stalingrado. L'inversione della direzione di marcia portò ben presto la leadership nazista a dover considerare come prioritari altri ordini di problemi, che nulla avevano a che fare con la conquista e la stabilizzazione bensì con la protezione, sempre più sofferta e convulsa, di quel che di giorno in giorno residuava delle terre controllate;
b) la prevalenza, in un regime quale quello nazista, di una sostanziale "policrazia" amministrativa, ovvero di una pluralità di soggetti istituzionali, concorrenti tra di loro nella definizione e soluzione dei problemi così come nella determinazione delle priorità. La propensione per l'identificazione di "piani generali" non esprimeva una maturata capacità di progettazione né, tantomeno, di implementazione operativa, quanto la necessità di tradurre imperativi ideologici in istanze di mobilitazione collettiva, cercando sintesi, spesso precarie, tra gli attori istituzionali del regime tra di loro potenzialmente discrasici. Nella dialettica che tra di essi veniva istituita attraverso il ricorso a metaobiettivi, quale il piano generale per l'Oriente, si rigeneravano le condizioni che garantivano al regime il consenso delle parti e, al contempo, la perduranza di quel precario equilibrio tra la normatività dell'agire burocratico e l'eccezionalismo dell'operato politico che erano alla base della forza del nazionalsocialismo. Peraltro non può sfuggire il fatto che la filosofia di fondo di queste imprese implicava, se poste in essere, una radicale nazificazione degli apparati pubblici. Cosa che non avvenne, malgrado il tentativo di costituire amministrazioni ex novo, determinando la sopravvivenza dei primi e la catastrofe del regime;
c) la necessità, pertanto, di doversi dedicare a quel gioco d'azzardo per il quale il mantenimento dell'ordine interno al corpo nazionale tedesco, alla Volksgemeinschaft, implicava la ricerca enfatica ed esasperata di sempre nuovi target. E, al contempo, lo sforzo di ricondurre la vocazione centrifuga di ruoli e attori a un comune denominatore, declinato sul piano della lotta contro un "nemico" ideologico e, a tratti, ontologico. Il "giudeobolscevismo" ma anche l'eccedenza sociale espressa dai popoli conquistati.

Rimane aperta una questione, di grande rilevanza storiografica ma non solo: quale genere di legami sussistevano tra la "soluzione finale del problema ebraico" e i piani di riassetto coloniale dell'Est? Si trattava di facce della stessa medaglia? Oppure di due elementi sincronici ma distinti? Le ipotesi interpretative non sono concordi. E variano a seconda di come si intenda declinare la natura della questione. Pare corretta la considerazione di Enzo Collotti quando afferma che "all'origine […] vi era la differenza sostanziale implicita nello stesso razzismo nazista, che condannava alla distruzione senza remissione la razza ebraica, ma che nonostante ogni spregio e rifiuto di eguaglianza non aveva pronunciato una condanna altrettanto inflessibile nei confronti della popolazione slava, inferiore sì ma pur sempre sfruttabile nell'interesse della Germania, per crudele che dovesse essere la sorte dei diversi popoli di quest'area dell'Europa"(1).
Deportare e sterminare gli ebrei divenne, a fare dal tardo autunno del 1941, una priorità in progressiva acquisizione all'interno dei gruppi che vi venivano implicati in quanto chiamati ad una funzione esecutiva. Ovvero, si fece non solo intellegibile e quindi moralmente plausibile ma addirittura auspicabile. Non si poneva più come questione da legittimare né come problema di dimensioni o di unità di grandezza se non nella misura in cui ciò serviva - come successe a Wannsee - per stabilire economie di scala e di ruolo nella realizzazione del programma criminale. La sperimentazione, da questo punto di vista, riguardava il metodo che meglio e al più presto avrebbe garantito il raggiungimento del risultato.
Di diversa natura si presenta la questione dell'Oriente. Le incertezze che ispiravano idee e condotte in campo nazista ebbero corso proprio nel merito di un programma così ambizioso e, al contempo, pencolante. Punto di sintesi e di snodo tra interessi distinti e diversi, all'interno delle corpose burocrazie tedesche, ma anche occasione unica, forse irripetibile, per affermare la centralità di una Weltanschauung, quella che si voleva autenticamente rivoluzionaria, da contrapporre al conservatorismo dei vecchi gruppi dirigenti nazionalisti che nel 1933 si erano imbarcati nell'avventura proposta loro da Hitler. E con essa, dei nuovi apparati, a partire dall'onnipresente RSHA, che proprio con la guerra inaugurano le loro fortune.
Fondamentale, e forse ancora scarsamente considerato, è l'effetto che la morte, nel giugno del 1942, di colui che ne era anima e mente, Reinhard Heydrich, ingenerò nei destini di una struttura politicamente promettente e vocata alla costruzione di una sua propria egemonia. In competizione con le altre amministrazioni. Va quindi detto che vi era di certo una sorta di congruità logica ed operativa tra i due distinti obiettivi, colonizzare stabilmente l'Est ed eliminare definitivamente gli ebrei. Essi non si contrapponevano né erano concorrenziali tra di loro bensì interagenti. E tuttavia, in virtù dei costrutti ideologici così come dei tempi, dei modi e dei diversi attori chiamati in causa nella loro implementazione, differenti poiché non omologabili in un'unica traccia.
Non basta, in un caso come questo, rifarsi alla sola dottrina razziale. Il Generalplan Ost, dal punto di vista nazista, era una colossale opera d'investimenti, economici ma anche umani. Si trattava di setacciare, bonificare, e integrare nel tessuto del "Grande Reich" gli ambìti spazi orientali, traendone risorse materiali e benefici d'ogni genere per una Germania che non sarebbe stata più quella di prima. Non era però solo un'opera di acquisizione bensì - almeno in prospettiva - di trasformazione dei caratteri interni della comunità nazionale tedesca. Proiettandola verso mete altrimenti inimmaginabili per mezzo di una mobilitazione senza pari di uomini e donne. E agendo su una doppia leva: quella geografica, mutando il concetto di spazio e di distribuzione demografica; quella storica, manipolando non solo il presente ma anche il passato dell'Europa, della quale si sarebbero così trasformate memorie e il ricordo collettivo degli stessi trascorsi. Eradicando, infine, intere comunità e ripristinando feudalità nel rapporto tra coloro che si consideravano i nuovi padroni e quanti erano considerati vecchi schiavi.

Claudio Vercelli


NOTE
  
1) Enzo Collotti, op. cit., pag. 141.