La tradizione storiografica nazionale fa nascere la lotta armata partigiana
dopo l'armistizio con gli Alleati dell'8 settembre. In linea di
massima questo giudizio storico è corretto per quasi tutta Italia fatta
eccezione del Friuli Venezia Giulia. Qui la Resistenza armata nacque sin dal
1942 perché l'opposizione al fascismo nei venti anni di dittatura
non si era mai spenta.
Gli storici hanno parlato di "anni del consenso" riferendosi agli
anni Trenta del Novecento. Un consenso largo e diffuso che circondò il
fascismo che coglieva il suo trionfo con la guerra di Etiopia e la conseguente
"proclamazione dell'Impero". Gli antifascisti militanti in esilio
o ridotti al silenzio in Italia erano certamente pochi in quegli anni di entusiasmi
mussoliniani, pochi ma attivi. Alcune aree operaie italiane avevano ancora dei
nuclei comunisti e socialisti che continuavano ad operare in clandestinità.
In Friuli Venezia Giulia una delle zone di resistenza politica è Monfalcone
e particolarmente il cantiere navale. Occorre tenere presente che Monfalcone
- proprio grazie alla nascita dell'attività cantieristica - si era trasformato
da piccolo villaggio anima a borgo operaio con più di diciannovemila
abitanti nel 1936. La vicina Ronchi dei Legionari nel giro di qualche decennio
arrivava a contare ottomila abitanti e così tutti i piccoli comuni dell'area.
Uno sviluppo impetuoso che "operaizzò" ampie fasce di popolazione
e che, per conseguenza, condusse ad un rapporto con la politica assai diverso
rispetto a quanto accadeva in aree del Paese meno industrializzate. Il cantiere
- come la fabbrica altrove - divenne il terreno di sviluppo della coscienza
sindacale prima e politica poi dei nuovi operai friulani.
Così negli "anni del consenso" in questa zona gli operai socialisti
e comunisti lanciano manifestini contro la guerra d'Etiopia nel 1935, nel 1937
fanno decollare un pallone con la scritta "Viva l'URSS. Morte ai criminali
fascisti", creano un circuito di assistenza - il "Soccorso Rosso"
- che dal 1936 raccoglie tra gli operai fondi per aiutare le famiglie dei militanti
arrestati dalla polizia politica fascista. Nasce ed opera una tipografia clandestina.
Si distribuiscono copie de "L'Avanti" portate clandestinamente da
Padova, si tengono riunioni di partito nelle case operaie
(
1).
Non è difficile essere reclutati ed entrare nelle fila del dissenso.
Giovanni Fiori, nome di battaglia "Cvetko" ricorda così il
suo arruolamento:
".... un pomeriggio verso la
fine dello stesso mese di agosto [1940] mentre, come ogni giorno ritiravo delle
bollette dai rispettivi bollettari mi si avvicina Fontanot Armido [...] ed incomincia
a dirmi che il fascismo è contro i lavoratori e fa solo gli interessi
dei capitalisti ecc. e che deve essere abbattuto per vivere liberi. [...] mi
parlò di Soccorso Rosso e che io avrei dovuto contribuire a quella forma
di sussidio per aiutare le famiglie ed i compagni caduti in sventura (disgrazia)
a causa del fascismo. Da quel giorno contribuii regolarmente versando una quota
fissa di due lire al mese. Un giorno, fine ottobre 1940 Armido mi portò
a conoscenza che ad un convegno della cellula i compagni che componevano detta
cellula e cioè: Fontanot Giovanni (padre di Armido, Licio e Vinicio);
Armido, sua moglie (Lisa), Licio, Vinicio e sua moglie (Giovanna "Nina"),
Ondina Peteani; Ribella [Fontanot], Mario Campo e Rosa o De Rosa [...] aprirono
una clausola per accogliermi come simpatizzante del PCI dandomi un programma
di lavoro, cioè fare propaganda ai giovani locali [...]
"(
2)
(1) Fogar, Galliano, L'antifascismo
operaio monfalconese fra le due guerre, Vangelista, Milano, 1982,
(2) Memoria scritta di Giovanni Fiori "Cvetko"
del 20 agosto 1976 consegnata all'ex comandante dei GAP dell'Isonzo e Basso
Friuli, Vinicio Fontanot "Petronio".