Ho
seguito con attenzione il confronto, scandito dalle diverse comunicazioni, che
la mailing list ha attivato sulla questione del
revisionismo. Penso che,
senza ambire ad una qualche conclusione su queste cose mai è troppo
detto, né tantomeno definitivamente - si possa tuttavia pervenire ad
una prima sintesi, lasciando poi il campo aperto ad ulteriori riflessioni.
Intanto, per meglio intenderci, introdurrei una distinzione lessicale che ha
anche un valore semantico. E invalso luso del termine pocanzi
menzionato per definire più fenomeni storiografici, a volte a proposito
ma più frequentemente in maniera assai poco corretta. Il revisionismo,
infatti, non è la parola più appropriata per qualificare la condotta
intellettuale di quanti avversano la concretezza e la vividezza del fatto storico,
quandesso, ovviamente, si presenti come tale e non richieda un supplemento
dindagini. Non è quindi con questo termine che si possa definire
chi si posiziona sulla linea della sua pura e semplice
negazione. Revisione
implica una ridefinizione del giudizio rispetto ad un evento, non la sua deliberata
cancellazione dal quadro dei dati concreti. I campi di concentramento, in quanto
luogo fisico, così come la condotta sterminazionista o schiavista ivi
praticata, si davano nella loro oggettività, in quanto elementi di un
più ampio dispositivo di annientamento posto in essere dal Terzo Reich.
Punto e basta. Altro discorso è poi comprenderne la valenza e la funzionalità
rispetto alle politiche praticate da Hitler, dal momento della sua ascesa al
potere in poi. Così come questione aperta rimane il problema della comprensione
dei molteplici meccanismi che concorsero nella determinazione di una condotta
rispetto ad altre; ed ancora come i modi e i tempi si ordinarono e via andando
su tutti i piani che una questione così terribile ed intricata inesorabilmente
evoca. Ma questi sono quesiti e questioni che animano e rendono fertile la discussione
tra gli esperti come tra i cultori della storia, non elementi a detrimento del
buon esito della riflessione. Riflessione, per lappunto, che rimane aperta
e frequentabile da chiunque si doti di buona volontà e di un minimo di
metodo.
A stretto giro di logica, tutti gli storici sono dei revisionisti poiché
è nellimplicito dellagire storiografico stesso il comparare,
lo stabilire scale di comprensione, lidentificare similitudini e alterità
e così via. Si tratta di determinare ricorrenze e differenze poiché
nelle discontinuità si cela il rinnovarsi di antiche categorie così
come il mutamento di paradigmi. Da ciò possono derivare scarti e modificazioni
nel giudizio di fatto qualora di nuovi fatti si possa parlare
o addirittura di valore, quando una costellazione di fatti, fino ad un dato
momento sconosciuti o sottovalutati, si riordina nel giudizio in modo tale da
fornire una visuale diversa del passato. Sono comunque eventi rari e richiamano
sempre la responsabilità, unita alla consapevolezza, di cui loperatore
culturale deve dotarsi nel momento in cui
fa storia descrivendola e socializzandola.
Poiché a fare la storia, nel senso non fattuale del termine ma nella
sua costruzione intellettuale, come manufatto operazionabile nella concretezza
della quotidianità, è per lappunto chi la tratta come oggetto
di narrazione. Lo storico ma anche il testimone, il didatta e lautodidatta.
In questo senso ha valore dire, come spesso si fa, che
la storia siamo
noi.
Più semplicemente lagire dello storico dispone ed ordina secondo
un senso dei dati, facendoli parlare. Il suo operato deve essere informato alluso
di una appropriata metodologia, alla correttezza nel trattamento delle fonti,
allapertura analitica e mentale.
[C.V. segue >>]