olokaustos torna alla home page
saggi e idee
guida
biografie
geografia
argomenti
opposizione
documenti
saggi e idee
musei e luoghi
ricerca
vuoto
vuoto
vuoto
 next go back
filo filo filo filo filo filo
copyright olokaustos home page inizio pagina  next go back
vuoto filo verticale vuoto vuoto filo verticale vuoto vuoto
Sul revisionismo e sul negazionismo - 3
Negazionismo e negazionisti
Più comunemente le affermazioni di quanti sostengono che Auschwitz - così come il resto dei campi, di sterminio o di concentramento che fossero - non è mai esistito o ha svolto funzioni diverse da quelle consegnateci dall’evidenza dei fatti, sono a stretto rigore di logica negazioniste. Ovverosia, sono dichiarazioni di principio che, entrando in rotta di collisione con l’evidenza empirica, ne distorcono deliberatamente e volontariamente il lascito testimoniale e documentario. Le ragioni per le quali si nega il passato, tanto più se così prossimo alla nostra esperienza, possono essere le più svariate e mutare di soggetto in soggetto. Generalmente la radice comune è da identificarsi nel tentativo di recuperare in toto quel che la storia ha definitivamente condannato. Per fare questo, per “ridare una chance al nazismo”, necessita depurarne la memoria negandone gli aspetti più squalificati e ripugnanti. Ma a fianco di questa corrente, nostalgica e al contempo visionariamente proiettata versa una impossibile restaurazione, si contano anche altre posizioni. E’ il caso dei trotzkisti della Vieille Taupe di Pierre Guillaume, presenti anche in Italia (attraverso le edizioni Graphos), che da tempo, recuperando elementi di alcune analisi d’impianto marxistico, identificano negli ebrei una sorta di classe sociale a sé. La correlazione tra le “false” rappresentazioni dell’universo concentrazionario che sarebbero state poste in essere, in misura deliberatamente mistificatoria, e gli interessi di questa presunta aggregazione socioeconomica rappresentata dall’ebraismo, inducono i componenti di tale gruppo a parlare di una sorta di passaggio storico da “lo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi”, intendendo con ciò l’opera di alterazione della “verità”. In altre parole: i campi c’erano, avevano funzioni diverse da quelle dichiarate e sono a tutt’oggi, nell’uso agitatorio che gli ebrei ne farebbero, uno strumento che una lobby estesa e potente utilizza per inibire i suoi avversari e confermare la sua egemonia politica, culturale ed economica. In questo modo si rinnoverebbe un vecchio equivoco, adottando un alibi di comodo, per confondere il “proletariato internazionale” sulle cause della guerra e sulle responsabilità dei vincitori.
Nel circuito negazionista si assommano ed incontrano quindi elementi e motivazioni tra le più disparate. Si badi bene che le sue scaturigini datano all’immediato dopoguerra quando un intellettuale collaborazionista come Maurice Bardèche si adoperò fin da subito nel porre in discussione quanto andava delineandosi nella sua orrifica tangibilità. Negli anni cinquanta seguì la figura di Paul Rassinier, ex-deportato politico a Dora e a Buchenwald, sostenitore della teoria per la quale i campi furono luogo sì di detenzione ma non di sterminio. La Shoah, insomma, non avvenne mai e la sua narrazione è una “menzogna storica”. Questa affermazione costituisce il nucleo della costruzione negazionista. Rafforzata nel corso del tempo da una serie di pseudo-argomentazioni occasionalmente offerte come rafforzativo del concetto iniziale, è incentrata sulla presunta funzionalità politica di ciò che viene presentato come una deliberata mistificazione e contraffazione, compiuta dai vincitori (gli alleati) ai danni dei vinti (i tedeschi). Secondo tale esegesi si afferma l’esistenza di qualcosa che non fu per conquistare l’immaginario collettivo a danno dell’ “autentico” corso degli eventi, continuando così una guerra, in questo caso figurata, contro la potenza (e l’ideologia) uscita immeritatamente sconfitta dal secondo conflitto mondiale. Musica per le orecchie di chi, come Leon Degrelle, prima comandante delle Waffen-SS belghe e poi animatore del milieu neonazista europeo, poteva così sostenere di avere un chiaro e legittimo riscontro della sua personale teoria che ad Auschwitz esisteva un centro per il concentramento e lo “spidocchiamento” degli ebrei dei quali, al massimo, si può riconoscerne la morte per un numero non maggiore ai trecentomila soggetti e non per volontà dei nazisti bensì per le circostanze d’“ordine bellico” (morivano in tanti, non si vede perché non avrebbero dovuto morire anche degli ebrei…). Parole che fanno il paio con quelle che negli anni successivi utilizzò l’ex collaborazionista di Vichy Louis Darquier de Pellepoix, sostenitore della tesi che nei campi si uccidevano solo ”pulci e cimici”.
La vera svolta, nel senso della manifestazione massmediatica del fenomeno negazionista e della sua definitiva emersione da quella condizione di nicchia alla quale sembrava consegnato, si ha però nella seconda metà degli anni settanta, quando un docente dell’Università di Lione, Robert Faurisson, con una intervista che all’epoca fece non poco scandalo, dichiarò che “le camere a gas non sono mai esistite”. L’eclatanza del gesto stava non solo nella sua natura – deliberatamente provocatoria – ma nell’ospitalità che esso ottenne per parte della stampa europea, divenendo così una sorta di “evento” sulla scorta del quale un po’ tutti furono costretti a misurarsi e a prendere posizione. Insomma, ben consapevole che il medium è il messaggio, l’autore confidò ben più sugli effetti di ritorno dei mezzi ai quali affidava le sue affermazioni che non sul contenuto delle stesse. Per i negazionisti, infatti, capitale è trovare strumenti ed occasioni di pubblica manifestazione: ciò non solo per uscire dai circuiti autoreferenziali ai quali, fino ad allora, sembravano consegnati, ma per cercare legittimazione non per quello che viene detto ma per via dei luoghi in cui lo si dice. Faurisson, peraltro, adottando una tecnica che è propria dei negazionisti più accorti, non si impegnava in una inutile apologia del regime hitleriano, negando l’evidenza dell’altrui operato, ma cercava i punti “deboli” – o comunque quanto poteva essere considerato tale – del resoconto della vicenda delle deportazioni e del sistema di sterminio per attaccarne quegli aspetti che meglio si prestavano all’accusa di inverosimiglianza. La comprensione del funzionamento delle camere a gas, così come dei forni crematori, richiede competenze non solo storiche e storiografiche ma anche e soprattutto tecniche. Ancor di più risulta problematica la definizione della funzionalità di tale apparato all’interno di un progetto, quello del “Nuovo Ordine” hitleriano, che prevedeva la trasformazione sociodemografica dell’Europa. Tale complessità e stratificazione, qualora non sia intesa nella sua integralità, può rendere dissonanti o discrasici certi aspetti delle passate vicende. I negazionisti più accorti sono ben consapevoli di questo aspetto e usano tutte le occasioni che si prestano ad una qualche strumentalizzazione per cercare di mettere in discussione l’impianto interpretativo corrente e, di conseguenza, la dimensione fattuale.
Alle boutade di Faurisson seguirono altre e ripetute prese di posizione per parte sia di quest’ultimo che di nuovi diffusori del verbo. La nascita negli Stati Uniti dell’Institute for Historical Review, palestra pseudoaccademica alla quale oramai non pochi esponenti, non solo americani, fanno riferimento, ingenerò una nuova spinta nelle “ricerche” e nelle “riflessioni” per parte di questi signori, concorrendo inoltre alla loro strutturazione in una rete di stabili relazioni, autonome anche se a tratti coincidenti con quelle dei network neonazisti. E la rete web ha ulteriormente consolidato il grado di scambio e comunicazione, creando una comunità virtuale molto attiva nello scambio di informazioni. Attualmente i personaggi più significativi sono Willis Carto, Bradley Smith, Ernst Zuendel e James Keegstra.



[C.V. segue >>]