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Sul revisionismo e sul negazionismo - 4
Aspirazioni e ideologie dei negazionisti
Inutile soffermarsi sulla produzione, copiosissima e cacofonica, di questi autentici feticisti della carta. Da quest’ultimo punto di vista, va rilevato solo che ciò a cui aspirano tali indefessi redattori di interminabili pamphlet differisce a seconda degli autori presi in considerazione.
Sommariamente si può dire che:

1. vi è tra essi chi ambisce ad una qualche forma di legittimazione ufficiale o, perlomeno, ufficiosa, per parte degli organismi intellettuali accreditati nel mondo delle scienze, ed in particolare le università. Impresa disperata se posta in essere con i soli strumenti dei propri costrutti ideologici, ma un po’ più fattibile se legata ad opzioni culturali oggi di nuovo in voga. Negli Stati Uniti, ad esempio, un terreno d’incontro è offerto dal creazionismo, la posizione dottrinaria per la quale l’evoluzionismo darwiniano è una teoria fasulla e l’unica narrazione accettabile riguardo all’origine dell’uomo deve essere identificata nel dettato biblico. L’ambiente intellettuale che in America rivendica tale matrice è non infrequentemente anche antisemita. I contatti tra esponenti dell’uno e dell’altra sponda hanno offerto occasioni di sodalizi. Si pensi inoltre al fatto che il creazionismo ha un discreto seguito in alcuni stati della Federazione e il potersi appoggiare ad esso permette di trovare canali di comunicazione con il mondo della scuola. Soprattutto, ed è quello che più interessa ai negazionisti di questo tipo, accredita in qualità di interlocutori nei confronti delle autorità locali. Le università si sono rivelate fino ad oggi impermeabili ma non altrettanto può essere detto dei politici, soggetti a valutazioni di opportunità che aprono a volte varchi nella cultura prevalente. Particolare attenzione, a suo tempo, fu espressa nei confronti di David Duke, candidato razzista del Ku Klux Klan al seggio di senatore. Non era un segreto per nessuno il suo antisemitismo, del tutto congruente con l’onorata carriera svolta all’interno dell’organizzazione razzista. Meno noti, probabilmente, i contatti con esponenti dell’ala destra del partito repubblicano, tradizionalmente poco proclive nei confronti di un elettorato, quello ebraico americano, ancora fortemente orientato verso lidi democratici. Rimane però il fatto che nella galassia della destra americana le difficoltà incontrate dai negazionisti hanno un solido fondamento nell’esperienza della seconda guerra mondiale, quando gli States si trovarono a combattere contro il nazismo. A tal guisa si può richiamare l’episodio menzionato in un’opera di fiction, il film di Costa Gavras Betrayed-Tradita, dove l’incontro tra un membro del Klan e un gruppo di neonazisti locali si risolve con il rifiuto del primo nei confronti dei secondi, rifiuto motivato dal fatto che il padre “li aveva combattuti” a suo tempo. Comunque, al di là delle singole esperienze nazionali, questo gruppo si contraddistingue per la vocazione a cercare una qualche entratura nei “salotti buoni” dell’intelligenza. Per ottenere ciò cerca di smarcarsi da una più stretta identificazione con il neonazismo, adottando, laddove ciò è possibile, la strumentazione e le vesti proprie alla ricerca tradizionale. In Italia l’esponente più vivace di tale indirizzo è Carlo Mattogno. Significativo è il fatto che pubblichi le sue operette presso le Edizioni di Ar di proprietà di Franco Freda, nazimaoista d’antan e personaggio onnipresente nelle vicende dell’ultimo quarantennio del neofascismo eversivo di matrice nostrana.

2. Vi sono poi coloro – non pochi per la verità – che nulla rinnegando del passato, ne enfatizzano anzi la storia di cui però fanno un uso selettivo. E’ forse il gruppo più corposo. In questo caso il negazionismo è una condotta mentale, prima ancora che culturale, finalizzata a rilegittimare le vestigia di ciò che fu, riportandole a nuovo fulgore. Ed in questa costruzione, nella quale il passato viene assunto acriticamente e apologeticamente, negare funge all’occorrenza di fortificare e reiterare le “ragioni” pregresse. Con curiosi ed illogici – ma solo all’apparenza – cortocircuiti dove, con un doppio movimento degno dell’attenzione di uno psicoanalista, si cela ma anche si riconosce. Il negazionismo diventa così un atteggiamento, più o meno in mala fede, che cela, come la punta di un iceberg, un corpaccione immerso nell’acqua stagna dei risentimenti e dei rancori. Da un lato si disconosce la paternità e l’esistenza stessa dei campi e dello sterminio, dall’altro se ne attribuisce la responsabilità alle vittime (riconoscendo così esplicitamente l’esistenza degli uni e la concretezza dell’altro). Si può affermare, e a ragione, che l’incoerenza è il carattere costitutivo di questo gruppo. Tutta una genia di libellisti, perlopiù provenienti dalle fila delle Waffen-SS (ad esempio Thies Christophersen), l’ala combattente dell’organizzazione criminale himmleriana o, addirittura dai campi stessi, ha portato avanti una letteratura semiclandestina che durante gli anni della guerra fredda ha alimentato questa corrente di sodali tra medesimi e solidali alla causa. L’imperativo del “ritorneremo!” si coniuga allora all’intendimento di ritornare a fare le cose compiute nel passato, senza ovviamente esplicitarne il contenuto ma mascherandolo sotto le mentite spoglie di una negazione di comodo. Si dà, in questi casi, come una sorta di “nazi pride”, di orgoglio per il coraggio tenuto nei terribili anni della guerra. E il punto di riferimento ideologico è e rimane il discorso che Himmler tenne a Poznan alle alte gerarchie dell’”Ordine nero” nell’autunno del 1943 quando, con malcelata soddisfazione, rivelava forme e contenuti della “soluzione finale della questione ebraica”, rivendicando la caratterialità e la virilità di quanti uccidevano in massa senza battere ciglio. Il grado di legittimazione ricercato in questi casi non è quello proprio agli autori di cui si parlava precedentemente: qui nessuno aspira ad un qualche riconoscimento accademico o ad una accettazione per parte della ufficialità intellettuale e politica. Si tratta, invece, di mantenere vivo e fervido il ricordo tra i militanti di allora come tra quelli di oggi, espungendo, ma solo in prima battuta, quanto di più sgradevole può risultare alla comunicazione per poi, eventualmente, recuperarlo nel momento in cui si dovessero creare le condizioni per la manifestazione di tutti i propri propositi.
Va rilevato che non tutti gli apologeti del regime hitleriano sono negazionisti: non pochi d’essi, anzi, riconoscono la “grandezza” del suo operato proprio per l’atteggiamento assunto nei confronti dell’ebraismo europeo, rivendicando integralmente l’eredità dello sterminio e rammaricandosi della sua “incompiutezza”. Nel caso del conflitto israelo-palestinese queste posizioni sono vigorosamente riemerse, mascherate sotto l’antisionismo di circostanza.



[C.V. segue >>]