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Sul revisionismo e sul negazionismo - 5
David Irving e Freud Leuchter
Discorso a sé andrebbe poi fatto per quella figura di libero battitore che è il ben noto David Irving, elemento di sintesi tra più posizioni, animato da un profondo individualismo e da una vocazione istrionesca che lo rendono irriducibile a letture univoche. Negli ultimi anni ha tradotto la sua antica vocazione filogermanica in atteggiamenti di collusione e contiguità nei confronti del coté politico neofascista, lasciandosi utilizzare dagli ambienti del nostalgismo europeo di cui è divenuto una star. Tuttavia la sua grande aspirazione rimane quella di essere risconosciuto da quell’Accademia della quale non ha mai fatto parte e che mai lo ospiterà, fosse non altro per il semplice fatto che il suo narcismo sfugge a qualsivoglia forma di cooptazione in organismi collettivi ed ufficiali. Dalle originarie opere, tra cui la non disdicevole ricerca sull’ “Apocalisse a Dresda”, il bombardamento alleato nel febbraio del 1945 della città tedesca, per successivi slittamenti, attraverso la ripetuta affermazione che Hitler era all’oscuro della “soluzione finale”, è approdato alla negazione di quest’ultima. Il processo intentato contro Deborah Lipstadt, autrice di “Denying the Holocaust”, e la rovinosa sentenza, che lo condannava, hanno probabilmente concorso a ridefinire se non l’atteggiamento e il pensiero, costanti nel loro eclettismo, almeno la collocazione nei confronti di un microcosmo – quello nenonazista – dal quale poco o nulla potrà ancora ricevere, a meno che non si autonomini duce delle frange marginali che lo compongono, venendo così meno alla sua funzione di storico e sostituendo ad essa quella di politico.
Ancora a latere di questo milieu si colloca anche l’”ingegnere della morte” Freud Leuchter, autore di un oramai proverbiale rapporto nel quale affermava, dopo una serie di ricerche compiute ad Auschwitz e dintorni, che le camere a gas non erano esistite poiché le tracce di acido cianidrico, il gas utilizzato per assassinare le vittime, non sono più identificabili tra le rovine di quel che è rimasto. La ragione di questa assenza sono poi state fornite da Jean-Claude Pressac e Marcello Pezzetti che, dopo uno scrupoloso lavoro, hanno ricostruito metodi e criteri nell’uso dello Zyklon B. E’ evidente, a tal riguardo, che all’offensiva negazionista non si può e non si deve rispondere solo con la storia e la memoria ma anche con gli strumenti delle scienze cosiddette esatte. Poiché se è intollerabile il fatto che certuni rifiutino l’evidenza, non altrettanto disdicevole è la richiesta, sincera, di capire e comprendere dei meccanismi che di primo acchito possono apparire tanto ripugnanti quanto inaccettabili. Non tutte le perplessità e i quesiti vanno quindi letti immediatamente come il segno del diniego. Tanto più i giovani hanno bisogno di farsene una ragione. La Shoah richiede di essere compresa, non di un atto di fede.



[C.V. segue >>]