Olocausto, Shoah, memoria
Sempre più spesso riceviamo e-mail che, dopo i complimenti di rito,
domandano i motivi della scelta di "olokaustos" come nome per il
sito. La domanda in realtà è un rimprovero per non aver usato
il termine Shoah che, oggi, sembra essere più politicamente corretto,
più preciso o, forse, soltanto meno inflazionato. Queste lettere mi
hanno spinto a scrivere questo intervento che spero sia l'inizio di un dibattito
con i nostri lettori.
1. Un po di storia
La parola venne "inventata" da Elie Wiesel, scampato ad Auschwitz
e premio Nobel per la letteratura. In numerose interviste Elie Wiesel ha spiegato
che l' utilizzo della parola "olocausto" nasceva da una sua analogia
tra il sacrificio di Isacco e la distruzione degli ebrei. Verso gli anni '50
la parola "holocaust" ricorreva con grande frequenza anche nelle
pubblicazioni dello Yad Vashem Sino al 1975 non vi è stata traccia
di dissenso intorno all'uso del termine "olocausto", conservo la
pubblicazione di un opuscolo curato dallo Yad Vashem in traduzione italiana
di quell'anno che si intitola "L'Olocausto". Primo Levi era contrario
all'uso della parola "olocausto" e scrisse "Io uso questo termine
Olocausto" malvolentieri perché non mi piace. Ma lo uso per intenderci".
Fino a tutti gli anni Settanta dunque la parola "olocausto" era
accettata e sostanzialmente non sottoposta a critiche.
2. "Holocaust": lo sterminio in televisione
Nel 1979 comparve negli Stati Uniti un serial televisivo intitolato "Holocaust",
tratto dall'omonimo romanzo di Gerald Green pubblicato nel 1978. Il successo
della fiction televisiva fu enorme tanto da venir trasmessa in Germania, Francia,
Gran Bretagna, Italia. Si trattava di un lavoro mediocre, privo di spessore
storico. Seguendo le logiche della comunicazione filmica di scuola statunitense
si era prodotto un qualcosa che andava verso la spettacolarizzazione di massa,
verso la trivializzazione dell'evento. Ciononostante - pur attraverso lo specchio
deformante della fiction - lo sterminio degli ebrei d'Europa dopo più
di trent'anni diventava qualcosa di "percepito" al di là
delle biblioteche e degli studi settoriali.
Ogni medaglia ha il suo rovescio: la notorietà presso il grande pubblico
di qualsiasi cosa si paga con una sua più o meno ampia volgarizzazione.
Spesso però si fa un torto all'intelligenza del grande pubblico trattandolo
alla stregua di un minorenne intellettuale incapace di distinguere e di capire.
Viceversa il pubblico delle "fiction" televisive è meno sprovveduto
di quanto suppongano i professori universitari. Le persone sanno distinguere
più di quanto si pensi tra "fiction" e realtà ed hanno
verso il mezzo televisivo più ciniche difese di quanto si pensi. Certo
di fronte ad "Holocaust" vi sarà stato un buon numero di
persone, disarmate culturalmente, che hanno fatto dello sceneggiato la loro
unica fonte di informazione sull'argomento. Molti di più, io credo,
hanno invece visto nella fiction un punto di partenza per comprendere, in
modo più corretto, la verità storica. Ne è prova, da
quel 1979 in poi, la crescita di titoli e di vendite di libri sull'argomento.
Una crescita non registrata precedentemente.
3. Paura della volgarizzazione e reazione: "Shoah"
Si tratta di un dato di fatto: dal 1979 ad oggi la parola "olocausto"
è entrata nell'uso comune. Ancor di più essa è stata
sottoposta ad un processo di intensa volgarizzazione e stravolgimento. L'uso
giornalistico e quotidiano ha fatto sì che "olocausto" divenisse
un termine buono per tutti gli usi, applicabile a qualsiasi evento futile
o drammatico. Di fronte all'inflazionarsi e degradarsi del termine si ebbe,
come era naturale attendersi, una forte reazione di rigetto.
Curiosamente - ma non sorprendentemente - il rigetto parte con una specie
di "risposta europea" alla fiction americana: nel 1985 Claude Lanzmann
dirige "Shoah" un film-documentario imponente per impegno e durata.
Il film ha un taglio cinematografico opposto a quello di "Holocaust":
i testimoni - i veri testimoni - sono al centro della narrazione, è
un film basato sul dialogo, sulla memoria. Nulla di più distante dalla
idea filmica americana. La cultura francese - da sempre impermeabile all'anglicismo
- si appropria subito della parola tanto che oggi in Francia "shoah"
si è definitivamente affermato per indicare lo sterminio degli ebrei
d'Europa sostituendo "olocausto".
Grazie a Lanzmann si diffonde una alternativa valida: "shoah", che
in ebraico significa letteralmente "distruzione", diviene anche
il termine "politicamente corretto" per lo sterminio. La parola
"shoah" viene accolta con favore presso gli studiosi ebraici, si
insinua lentamente presso storici e giornalisti meno superficiali. Shoah sembra
risolvere il fenomeno della banalizzazione assunto dal termine "olocausto".
Se è vero che la banalizzazione dei fatti inizia dalla banalizzazione
del loro nome "shoah" sembra risolvere il problema.
4. "Olocausto" e significato religioso
Tra le ragioni del rifiuto della parola "olocausto" si fa strada
anche una motivazione più dotta, più profonda. Con "olocausto"
nella Bibbia si indica il sacrificio in cui la vittima viene interamente bruciata,
l'olocausto è dunque un atto religioso, un atto per certi versi "pio",
che dimostra in chi lo compie una forte religiosità. In più
con il sacrificio si cerca di ottenere la benevolenza della divinità:
il sacrificio in cambio di qualcosa di positivo. Risulta allora ancora più
inaccettabile l'uso della parola "olocausto" allo sterminio. Il
senso religioso diventa fuorviante, sposta su di un piano antistorico l'evento
e lo trasporta in un ambito di inconoscibilità. Così, come scrisse
Bruno Bettelheim, "con l'uso del termine olocausto si creano dunque attraverso
le sue connotazioni consce e inconsce, associazioni del tutto false tra il
più perverso assassinio di massa e antichi rituali di natura profondamente
religiosa".
"Olocausto" dunque non solo banalizza ma mistifica avvolgendo l'evento
dello sterminio in una dimensione d'inconoscibilità mistica.
5. Chi immola? Chi viene immolato? A chi?
Il rifiuto del termine "olocausto" in base ai suoi sottintesi significati
religiosi, anziché chiudere definitivamente le porte alla capacità
della parola di spiegare l'evento dello sterminio, apre a mio avviso un terreno
di ricerca. Prima però occorre sgomberare il campo a quella che sembra
essere un vizio di origine del termine. Elie Wiesel adottò la parola
"olocausto", pensò al sacrificio di Isacco. Nell'episodio
biblico un ebreo (Abramo) sacrifica un altro ebreo (Isacco, il figlio) per
ordine del Dio di Israele. Sacrificante e sacrificato condividono lo stesso
spazio religioso, la stessa fede. In quest'ottica applicare "olocausto"
allo sterminio degli ebrei d'Europa appare certamente non solo fuorviante
ma anche blasfemo. Fuorviante perché ricollegherebbe lo sterminio alla
storia del popolo ebraico riconducendolo ad una specie di "disegno divino",
blasfemo perché ogni sacrificio è una "richiesta alla divinità"
e lo sterminio diverrebbe quasi un atto autoprodotto dal popolo ebraico per
ottenere il favore di Dio. Il modo in cui Elie Wiesel ha "applicato"
la parola olocausto all'evento dello sterminio è così, da qualsiasi
punto lo si guardi, inaccettabile.
Proviamo invece a riprendere la parola "olocausto" ritornando al
suo significato. In termini strettamente tecnici chi viene immolato non necessariamente
deve essere devoto alla divinità per la quale viene ucciso. In quasi
tutte le civiltà antiche l'uso di sacrifici umani alle divinità
viene condotto utilizzando nemici prigionieri. Poco importa che la vittima
creda al dio al quale viene immolato. Il sacrificio ha un "valore religioso"
non per la vittima ma per l'officiante. Occorre spostare il significato della
parola "olocausto" da chi ne è vittima a chi ne è
l'esecutore. Soltanto così la parola riacquista un suo significato.
Questo significa domandarsi se per gli esecutori, per i nazisti, il processo
di sterminio possa essere stato vissuto come un atto con un suo - seppur blasfemo
- "valore religioso".
6. La guerra agli ebrei e l'olocausto
Che vi sia stato un nazismo magico, pseudoreligioso, occulto a fianco del
nazismo ufficiale è un dato di fatto. Benché poco o ingenuamente
indagato questo aspetto del nazismo è prezioso per comprendere un altro
pezzo del mosaico della soltanto apparente follia della macchina dello sterminio.
Che vi sia stata una guerra parallela contro gli ebrei, una guerra slegata
dalle necessità e dalla logica della guerra combattuta sui fronti è
altrettanto chiaro. L'Ordine Nero di Himmler, i riti nordici, le bandiere
con la svastica piantate sulla cima dell'Elbruz, "montagna sacra degli
ariani", l'Ahnenerbe e le tante altre sorprendenti manifestazioni di
allucinato misticismo nazista come atti "folkloristici" sarebbe
un errore. Il nazismo fu non soltanto una negazione dei valori etici dell'Occidente,
ma soprattutto il tentativo cosciente di imporre valori diversi che poco hanno
a che fare con le ideologie. Un circolo amplissimo di gerarchi nazisti, alcuni
dei quali protagonisti di spicco dello sterminio come Ohlendorf, coltivava
teorie teosofiche, mistiche, pseudoreligiose che ebbero una influenza decisiva
nella classificazione dei popoli europei in "superuomini" e "sottouomini".
Nessuna guerra poteva essere realmente vinta se la guerra agli ebrei non fosse
stata vinta. Un culto germanico e neopagano - quello stesso che celebrava
il giorno del solstizio d'estate negli stadi olimpici - animò la Germania
di Hitler e di Himmler. Questa Germania si eracostruita il suo pantheon, i
suoi miti razziali ed eugenetici ed è al mito di questa Germania "razzialmente
pura" che vengono sacrificati milioni di uomini, donne, bambini "razzialmente
impuri".
In questo senso "olocausto" diviene la parola più pregnante
per nominare l'evento dello sterminio.
7. Nominare lo sterminio
Olocausto dunque.riacquista la sua dignità di termine non volgarizzato
o inflazionato se si chiariscono i ruoli definendone i soggetti. Rimettendo
al proprio posto le vittime, i carnefici, la blasfemia religiosa. In questo
senso olocausto è termine più ampio, più descrittivo
di "shoah". Ciò che lascia perplessi in "shoah"
è il suo significato di "catastrofe", di "distruzione"
semanticamente indipendente dalla volontà umana. Vi può essere
una "catastrofe" senza che vi sia un intervento umano, può
accadere una "distruzione", un "annientamento" provocato
da forze naturali. Di qui la scelta di nominare il sito che ospita queste
riflessioni con la parola "olokaustos" riprendendo la parola greca
anche per distanziarci dall'olocausto volgarizzato della fiction televisiva.
8. Conclusioni provvisorie
Perché continuiamo a chiamare il piccolo villaggio polacco di Oswiecim
con il suo nome tedesco Auschwitz? Perché continuiamo ad usare i nomi
imposti dalla barbarie nazista a luoghi che avrebbero un nome differente ed
autentico? Perché nei nomi, nella loro capacità evocativa, nella
loro capacità di simboleggiare concetti complessi sta la forza della
comprensione. Se è vero che le parole sono pietre, molte parole evocative
costruiscono grandi architetture. Occorre tuttavia che queste parole siano
vicine a chi le pronunzia, che rappresentino realmente una evocazione profonda.
Nel turbine della polemica contro la parola "olocausto", qualche
studioso è arrivato al punto di sostenere che la banalizzazione dello
sceneggiato televisivo americano avrebbe provocato la nascita del revisionismo
e del negazionismo. Sarebbe cioè caduto un tabù e si sarebbero
aperte le porte ai negatori. Questa e altre affermazioni simili sono il frutto
di uno snobismo culturale purtroppo assai diffuso. Purtroppo lo stesso snobismo
non affligge i negatori dello sterminio. Coloro che hanno interesse a negare,
a banalizzare, a cancellare la memoria intervengono quando questa memoria
si risveglia, quando l'interesse viene stimolato. Un'opera mediocre ha diffuso
un termine ma ha anche diffuso un concetto, ne ha diffuso una immagine approssimativa,
grossolana, senz'altro inadeguata. Tuttavia in questa società abituata
ad una comunicazione parcellizzata da spot o da videoclip, la scelta è
tra una comunicazione inadeguata e una assenza di comunicazione. Dobbiamo
considerare le volgarizzazioni come grandi e imprecisi aratri che dissodano
il campo delle coscienze. Sta a tutti noi precisare, dirozzare, seminare informazioni
più precise, approfondire. Se vogliamo che lo sterminio degli ebrei
d'Europa sia memoria viva dobbiamo saper usare ogni strumento per ciò
che può darci, consci dei suoi limiti e delle sue potenzialità.
Giovanni De Martis
webmaster olokaustos.org