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Scrivere, testimoniare.

Abbiamo chiesto a Stefano Zampieri, autore del volume "Il flauto d'osso. Lager e letteratura", Giuntina, 1996, di scrivere per noi alcune riflessioni legate al suo libro. Sul web, all'indirizzo http://members.tripod.com/littera/ Zampieri ha sviluppato alcune pagine web che vi consigliamo vivamente di visitare.

STEFANO ZAMPIERI, Il flauto d’osso. Lager e letteratura, Firenze, Giuntina
Scrivere, testimoniare.


Un nuovo inizio

C’è stata, negli ultimi dieci anni, una forma di liberazione collettiva. D’improvviso una immensa quantità di materiale legato alla memoria del lager, all’esperienza della deportazione e dello sterminio, al dramma dell’olocausto, è stata sottratta al nostro oblio e riportata alla luce. Le ragioni di un così lungo silenzio vanno forse cercate nel tentativo di rimuovere una esperienza troppo forte, troppo violenta, capace di mettere in discussione radicalmente le nostre certezze di uomini occidentali e per questo profondamente inquietante.
Ma è un dato: quanti uomini hanno sentito la necessità di raccontare quell’evento dopo averlo vissuto e di farlo in modo che esso restasse, circolasse, diventasse di pubblico dominio, entrasse nella nostra cultura. Levi, Celan, Antelme, Wiesel, Améry, Bettelheim, Nelly Sachs e tanti altri hanno lasciato una traccia, perché si ripartisse di lì per operare un nuovo inizio. Per molti anni la nostra cultura ha rifiutato l’offerta, di fronte a tante straordinarie esperienze ha chiuso gli occhi ed ha volto altrove lo sguardo più impegnata nel dimenticare che non nel ricordare.
Per fortuna la letteratura (la scrittura, l’arte), ha in sé la capacità di restare, oltre l’oblio che l’uomo impone, di fronte ad una necessità storica, il ritornare della stessa violenza immane, ma anche di fronte ad un paradosso della democrazia che a furia di scordare, di cancellare, sembra oggi offrire, quasi fosse una vittoria della propria libertà e della propria indulgenza, una sorta di libera scelta, quasi fosse possibile in base ai principi di libertà e di tolleranza essere indifferentemente razzisti, nazisti, antisemiti...
Allora, torniamo a pensare. E in questo senso, le opere ci aiutano e ci accompagnano. Dal coro dei superstiti, infatti, si ricavano delle tracce di umanità: l'esperienza della fame, che porta ad una nuova immagine della materialità, l'importanza della relazione che l'aguzzino tenta di strappare e la vittima ricuce pazientemente per guadagnare il destino umano della socialità e della responsabilità.
Ciò che appare, infine, è il compito della letteratura dopo l'Olocausto: trovare le parole per dire quanto di indistruttibile vi è nell'umano, quel che nessuna violenza può cancellare.


La letteratura

La letteratura, dunque, racconta la nostra esistenza che diventa storia, nel momento in cui si fa storia. Ogni evento, ogni individuo, ogni sentimento, strappato alla particolarità quotidiana di chi l’ha vissuto, diventa un discorso comune, parola di tutti perché a tutti appartiene, perché ognuno ha il diritto di far proprie quelle parole, di riviverle come se le avesse vissute realmente, di riprovare quelle sensazioni come se gli fossero appartenute fin dall’inizio.
La letteratura ha questa forza straordinaria, di rendere comune quel che è privato, di mettere a disposizione di tutti quel che altrimenti resterebbe muta esperienza individuale. Ma non è tutto.
La letteratura è la nostra memoria. Non soltanto perché essa ricorda al di là dei tempi quel che noi non potremmo ricordare, quel che, venuti meno i protagonisti, non sapremmo più come rendere vero, ma soprattutto perché essa ci offre una memoria carica di sapienza, di passioni, di emozioni, non un archivio di dati ordinatamente raccolti, ma un paesaggio vario e complesso, ove i monumenti si susseguono e le tracce di quel che è stato, ora grandi, ora piccole, ora di indistruttibile pesantezza, ora di inconsistenti leggerezze, sono lì a disposizione di chi voglia intraprendere questo cammino.


Il mio cibo

La testimonianza letteraria del lager ci restituisce due esperienze sconvolgenti: la fame, la relazione.
Ciò che bisogna capire è che non si tratta di esperienze occasionali, passeggere, legate ad un certo evento e quindi destinate ad essere cancellate con quello. Si tratta di qualcosa di molto più profondo ed autentico, due esperienze che hanno a che fare con la natura profonda dell’umano.
L’esperienza della fame, esperienza radicale, assoluta, devastante, quale produce il lager, mette in questione il nostro stesso rapporto con il mondo, la necessità di un rapporto di assimilazione e insieme riproduzione del mondo, che è esperienza in primo luogo della materialità delle cose, del peso del reale, della consistenza dell’oggetto, della priorità stessa, per l’uomo, del concreto, del materiale, del solido, sullo spirituale.
E’ una esperienza, dunque, che produce un sapere, un sapere non metafisico, non trascendentale, materialistico, per quanto non sappia strutturarsi in un discorso razionale (ciò è detto benissimo, ad esempio, dalla metafora centrale della più nota poesia di Celan, Nero latte).


La relazione

E’ il secondo motivo d’esperienza, la seconda figura, che la letteratura del lager ci offre: la relazione. Meglio, la messa in questione della relazione umana. Perché le risposte possono essere diverse, le immagini appaiono contrastanti, ma comune è la necessità di mettere in questione quel che normalmente non consideriamo: che l’uomo è le proprie relazioni.
Ciò appare in Améry, il quale sembra accettare la logica stessa dell’aguzzino e del lager, cioè la possibilità della separazione, cioè la logica della violenza, dello strappo, che la tortura sembra testimoniare, e che egli tenta di ribaltare contro la logica della violenza attraverso l’apologia della libera morte, il suicidio.
In realtà, come ci testimoniano Wiesel e Levi, se c’è una possibilità di salvezza dalla logica della relazione, essa consiste proprio nell’apparire estremo di un contatto, di un gesto, di un atto di generosità, di solidarietà, di responsabilità.
Il lager, in questo senso, rappresenta il tentativo di realizzare una società modello, in cui l’uomo sia ridotto ad atomo obbediente, a macchina biologica, separata, isolata, deprivata delle sue caratteristiche di umanità, cioè di relazione. Una umanità di uomini “altri”, in cui nessuno può dire “io”, perché ognuno è estraneo a sé e ad ogni altro. Una comunità di estranei, accomunati da una silenziosa obbedienza, e da un lavoro senza peso e senza scopo.
Ciò pone forti interrogativi sul senso stesso, sulla ragione profonda della nostra civiltà, del mondo della produzione e della tecnica. Rispetto al quale esso rappresenta il limite non l’eccezione.
Ma la logica della violenza, la logica della separazione che si realizza nel lager, mette in crisi anche l’idea suprema di relazione, cioè l’idea di Dio (e di conseguenza la questione della Teodicea, che sullo spazio della libertà umana, vero argine di resistenza all’onnipotenza divina costruisce un’etica della responsabilità il cui centro è la relazione necessaria che lega gli uni agli altri).
Proprio attraverso la nozione di relazione Bettelheim studia il rapporto tra psicosi autistica e condizione del lager. In entrambi i casi la distruzione del rapporto porta alla distruzione di sé, delle proprie possibilità vitali, da cui ci si salva soltanto per quanto si riesce a conservare o ricostruire in tessuto di relazioni umane. Relazioni con gli altri, relazioni con le cose e il loro senso umano, il loro valore, il loro contenuto di memoria.
In questo senso dovremmo riflettere sul fatto che se anche oggi la ragionevolezza umana sa forse, almeno in parte, evitare di ripiombare nella condizione del lager così come l’abbiamo conosciuto, resta tuttavia il fatto che noi ci troviamo ancora dentro la logica del lager, cioè la logica della separazione, in cui gli individui sono trattati sempre più come atomi, isolati nelle loro case, chiusi di fronte al grande simulacro di relazione che è la televisione, circondati da oggetti che sono stati privati del loro valore, del loro contenuto di memoria, di umanità, prodotti in serie in base ad un principio economico di deperibilità, ridotti a merce usa e getta, incapaci di intrattenere alcun rapporto con uomo. Ma l’uomo che non sa intrattenere rapporto alcuno con gli altri e con le cose è l’uomo affetto da un autismo sotterraneo ma devastante, è il prigioniero del campo destinato ad una silenziosa obbedienza, in attesa di una morte anonima che qualcuno deciderà per lui.
Le testimonianze letterarie (e non solo) del lager ci mostrano invece il valore fondativo di umanità, di vita, di un gesto di generosità, di un atto di solidarietà senza interesse.
L’esperienza del campo ci mostra anche quell’aspetto essenziale della relazione che è la parola, e in generale mostra lo scontro che si realizza tra la volontà di cancellare ogni relazione umana (e rendere così l’uomo macchina servile, obbediente e produttiva) e l’irriducibile destino umano di conservare una traccia, un filo, un rapporto, un bottone, una storia, che è il proprio fondamento di umanità, è il proprio essere vivi, non essere ancora morti.La testimonianza
Una volta che si siano colti gli elementi essenziali del racconto del lager è necessario tornare a interrogarsi sul senso, o sul valore o sul destino della testimonianza che il sopravvissuto è stato capace di offrire.
Prima di tutto è necessario comprendere il rapporto che lega l’evento storico alla scrittura, un rapporto che si può sintetizzare nei termini di una dominante, talvolta oscura, non evidente, che si trova però al fondo di innumerevoli opere.
Dominante è propriamente la necessità di mettere in questione determinate figure piuttosto che altre. La necessità (che magari l’autore non percepisce direttamente, ma pure è in funzione) di strappare al senso comune, all’accettazione immediata e indiscussa certi elementi dell’umano che l’evento fa affiorare e rende improvvisamente visibili.
Testimonianza, da parte dell’autore, e Dominanza da parte dell’evento, si stringono in un circolo che l’analisi deve saper sciogliere.


Stefano Zampieri